SUMATRA
Testo di FRANCA FORMENTO
Il nostro viaggio a Sumatra stava per concludersi. Eravamo appena
rientrati da Siberut, l'isola più grande dell'arcipelago delle Mentawai;
ancora risentivamo della fatica del trekking nella giungla e dei disagi
della permanenza nella foresta, un ambiente per noi così ostile. Il nostro
fisico era stato messo a dura prova; il clima caldo e umido, la vita a
fianco degli indigeni nelle loro capanne, le paludi, gli insetti, la carenza
di cibo e di acqua e per ultimo il mal di mare ci avevano stremati. Una
spiaggia, un atollo tutto per noi, il cielo azzurro e il mare caldo e
invitante erano il luogo ideale per un po' di riposo e per ristabilire la
forma fisica. In quella giornata la nostra mente era sgombra da ogni
ulteriore meta: saremmo ripartiti per l'Europa 5 giorni dopo.
Non sarebbe stato così! A sera, lasciato il nostro atollo, che si dorava
sotto gli ultimi raggi di sole e tornati con la barca a Padang, sulla
costa ovest di Sumatra, avremmo velocemente rifatto i bagagli per ripartire
l'indomani mattina. Tre ragazzi spagnoli, incontrati a cena, ci avevano
descritto l'ascensione al Gunung Kerinci, il vulcano attivo più alto
dell'Indonesia, escludendo l'Irian Giava; ci eravamo consultati velocemente
e la decisione di rimetterci in viaggio era stata presa all'istante.
Il Gunung Kerinci è un grande cono vulcanico, che si erge sulla piana di
Kersik-Tua, nella regione di Jambi, per una altezza di 3805 m.. Lo
spostamento da Padang a Kersil-Tua, seguendo la panoramica strada interna,
incassata fra le montagne, richiede 7 ore di bus; il
panorama è incantevole: foreste e contrafforti montuosi ricoperti di
splendida vegetazione tropicale, risaie e i villaggi Minangkabau le cui
case hanno il tetto a forma di corna di bufalo.
Arriviamo nel pomeriggio e ci organizziamo per salire sul vulcano:
affittiamo una tenda e due sacchi a pelo, prendiamo accordi con una
guida locale, prepariamo gli zaini. Intanto scrutiamo il cielo, abbiamo a
disposizione solo due giorni, il terzo dovrà per forza prevedere il
rientro, senza intoppi, a Padang e la partenza con l'aereo per Singapore;
incrociamo le dita sperando nel sole.
Il mattino successivo ci alziamo all'alba, le brume della notte lasciano il
posto ad un limpido mattino; l'aria è fredda e ci infonde allegria:
finalmente si respira, e non c'è più la soffocante, calda umidità della
foresta di pianura. Ci incamminiamo su di una larga strada che conduce alle
piantagioni di the; esse ricoprono le pendici del vulcano; i cespugli del
the sono ben allineati, vicini l'uno all'altro non lasciano spazi per cui
pare di essere in un mare verde, rotto qua e là dalle linee delle piante
dalle larghe foglie rosse, che segnano il confine degli appezzamenti. La
gente del luogo si sta avviando al lavoro nei campi su carretti trainati da
mucche: famiglie intere di braccianti agricoli. Le donne sorridono,
incuriosite al mio passaggio, indossano larghi pantaloni, hanno il foulard
sulla testa e sulle spalle avvolto nel sarong, portano il loro ultimo nato.
Le mucche incedono lente, le ruote dei carri stridono, quando sprofondano
nelle buche della strada e tutti, sul carro, sobbalzano. Un uomo regge sulle
spalle un bilancere, con due secchi ricolmi di tuberi; procede faticosamente
sotto il carico pesante, il viso nascosto dal largo cappello di paglia a
forma di cono. Dolcemente i campi coltivati lasciano spazio al terreno
incolto, gli incontri con la gente si diradano e ci immergiamo nella
foresta. Il sentiero, ripido, prende subito quota; è una linea retta che
dovremo seguire fino alla vetta. La vegetazione è fitta, le scimmie giocano,
passando da un ramo all'altro, sopra le nostre teste, gli uccelli non si
vedono, nascosti nel folto delle foglie, ma i loro strani versi ci inseguono
e ci accompagnano. La foresta vergine circonda il cono vulcanico fino ai
3000 m. circa, dal versante non abitato dall'uomo ci sono i grandi animali,
gli elefanti, i rinoceronti e la famosa tigre di Sumatra; osservo le grandi
felci arborescenti, gli alberi ricoperti dalle epifite, i tronchi ricoperti
di muschi, le cui radici come tentacoli si diramano gonfiando la terra.
Dall'alto scendono le liane, si intrecciano i rampicanti, i ficus, le radici
aeree, cammino, in silenzio, completamente immersa in questa magica, vitale
e primordiale atmosfera, mi tengo ai rami nei tratti più scoscesi del
sentiero, che si fa sempre più ripido. Oltre i 3000 m. inizia la brughiera:
cespugli alti, rododendri ed eriche giganti. La guida decide di montare la
tenda su un balcone erboso a circa 3500 m: vediamo finalmente la sommità del
Kerinci, si distingue bene la via di ascesa su pietraia e detriti lavici.
Sono le15, lasciamo gli zaini, mangiamo qualche biscotto e da soli
ripartiamo: ormai la cima è vicina e con c'è alcun pericolo. La
"sorpresa" del Gunung Kerinci sta nella "vetta" che sembra tale fino a pochi
metri di distanza e invece, vetta non è; è il punto più alto del
bordo di un enorme cratere, profondo 400 m. del diametro di 120 m., una
parete che scende verticale, strapiombante.
Il piede mi trema mentre mi sporgo oltre il bordo per vedere il buco nero
che sprofonda nelle viscere della terra e da cui esce il denso fumo,
che odora di zolfo. Il bordo è franoso, io resto a sicura distanza, mentre
Livio si sporge per fotografare.
Il cielo si sta tingendo dei colori del tramonto, le nuvole si scompongono e
ricompongono, portate dal vento, in alti cumuli o rosei battufoli o
striature lunghe e soffici. Si vedono più in basso, a 1996 m., l'enorme lago
formatosi nel vecchio cono vulcanico del Gunung Tuyuk,
lungo 3 km. e largo 4,5 km. e ancora più in basso il lago Belibis, uno
specchio d'acqua circolare nella foresta, luogo vitale per gli
animali che si abbeverano alle sue profonde e limpide sorgenti; in
lontananza, nella pianura, il lago Kerinci, che ha una superficie di 5000
ettari, circondato dalle piantagioni di the. Laggiù, appena visibile, lungo
il nastro della strada, è allineato il villaggio di Kersik-Tua, da dove
siamo partiti.
Abbiamo solo più un'ora di luce: cerco di cogliere i particolari di questo
scenario grandioso, lascio penetrare dentro di me il fascino
dei colori, della terra plasmata dalle eruzioni, crepata, rotta, ferita
dalla violenza del vulcano, sento la misteriosa e sconvolgente potenza di
questa natura infuocata, viva sotto i miei piedi, appoggiati sulle rocce
calde, mentre la mia testa sembra protendersi verso le nuvole e verso
il fumo che sale dal cratere e il mio corpo sembra allungarsi e disperdersi
tra cielo e terra. Nel cielo si è formato un perfetto semicerchio
colorato, un fragile e delicato arcobaleno; scende l'umidità e il freddo che
preannunciano la breve sera equatoriale. Velocemente iniziamo la discesa, la
guida fortunatamente ci viene incontro lungo il costone nero, scivoloso,
quando raggiungiamo la tenda sibila un vento gelido, forte. La notte scorre
insonne e all'alba Livio riparte, torna sulla cima per godere ancora della
magnificenza del panorama; io resto davanti alla tenda, seduta, avvolta nel
sacco a pelo a guardare le luci nella pianura, ad ascoltare i versi
sconosciuti degli animali, mentre le nuvole si tingono dei primi raggi del
sole. Poi inizia la discesa a valle, lunga, faticosa e a sera, seduti sulla
panca di fronte alla Subandi Homestay, la piccola ed accogliente pensione,
resterò silenziosa a guardare il Gunung Kerinci abbrunarsi e poi scomparire
nel buio della notte.
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