SULLE ORME DI MOSE’
In camper nel cuore dell’oriente
attraverso Siria, Giordania, Sinai
Mi dirigo verso il camper parcheggiato davanti a casa mia. Il tramonto ha acceso di tonalità delicate e rossicce la cerchia delle montagne all’orizzonte. La mia impazienza e la mia irrequietezza di viaggiare si attenuano: si parte.
La nostra carovana è composta da due camper, quattro persone che hanno in comune la passione per le lunghe galoppate in medio oriente.
Ci imbarchiamo a Bari, attraversiamo in una giornata la Grecia, continuiamo velocemente il viaggio attraverso la Turchia. Passiamo per Istanbul, Ankara raggiungiamo in altri due giorni la Frontiera Siriana, dove colti dal buio ci fermiamo a sostare.
Il canto del gallo, l’invocazione sbiadita del Muezzin, i primi rumori ci svegliano in un’alba meravigliosa.
Riprendiamo la marcia sotto la tenue luce del sole che illumina un’infinita pianura ora brulla ora verdeggiante. Passiamo davanti a modeste ed isolate casette, entriamo in piccoli villaggi, incontriamo pastori e persone che lavorano nei campi, tutti, concedendosi una pausa, ci salutano con un cenno della mano.
Giungiamo sull’altopiano che domina la vallata del fiume Afrim dove sorge il complesso paleocristiano eretto in memoria di S. Simeone.
Questo monaco, attratto dall’ascetismo, visse in totale isolamento in una cella costruita su una colonna alta 15 metri. La sua fama dovuta il suo stile di vita duro ed austero si diffuse tra i cristiani d’oriente e così arrivarono sotto la colonna i primi pellegrini. Alcuni lo chiamavano “il matto” altri “il santo” . Ma, matto o santo Simeone continuò a vivere, a pregare, a predicare sulla colonna senza mai scendere sino alla morte avvenuta nell’anno 459.
Proseguiamo per Aleppo, una delle città più antiche del mondo infatti viene citata nell’anno 1780 a.C. Dopo la visita della città quando il sole riprende a martellarci con i suoi implacabili ed infuocati raggi ed il caldo comincia a farsi sentire, entriamo nel “Suk” dove nei suoi dedali di stradine coperte si estende l’enorme e variopinto mercato. Qui la luce penetra solo attraverso le poche finestre aperte nel centro della volta creando un’atmosfera affascinante e misteriosa. Ci addentriamo in questo luogo pieno di negozietti, di merci varie, di stoffe dai colori sgargianti e violenti, di odori, di animate concitazioni, di figure femminili che completamente coperte scivolano via silenziose. Ci facciamo coinvolgere nelle contrattazioni e come sempre ne usciamo sconfitti portandoci dietro degli acquisti che diversamente non avremmo mai comprato e che non useremo mai.
Sul nostro percorso troviamo Hamah una graziosa cittadina lungo il fiume Oronte con tanto verde e tanti giardini. La sua fama, oltre al passato plurimillenario, e costituita dalle norie, enormi ruote di legno che da centinaia d’anni sollevano l’acqua dal fiume convogliandola in canali per irrigare orti e giardini.
Ci dirigiamo verso Palmira attraversando inizialmente una zona verdeggiante per addentrarci dopo qualche chilometro in una steppa con bassa vegetazione, regno dei nomadi e delle loro greggi.
Fotografiamo alcuni accampamenti dove donne, bambini e cani si aggirano indaffarati.
Il nostro sguardo si posa stupito su queste tende, su questo modo di vivere: senza elettricità, poca acqua, nessuna comodità. Essere nomadi non è una scelta ma una necessità; il deserto è troppo povero per mantenere popoli stanziali. Loro lo sanno da sempre vivendo giorno per giorno senza fretta, senza tempo.
Palmira ci accoglie col suo immenso cumulo di ruderi. E’ una delle città morte più vaste e suggestive del medio oriente. Conobbe il massimo splendore durante l’impero romano sotto il regno della leggendaria regina Zenobia.
Con i camper ci arrampichiamo su una vicina altura dove sorge un’imponente castello. Da quassù lo sguardo si perde sull’infinito deserto, sulle antiche tombe sparse per la collina, sull’oasi e sulla cittadina dove la gente vive con un piede nel 2000 ( turismo, traffico, alberghi, negozi) e un altro indietro di qualche secolo ( greggi, asini, pastori).
Entriamo in Damasco, ci addentriamo nelle sue vie trafficate, ammiriamo i palazzi, i mercati, le botteghe ed i grandi ritratti del leader. Il suo volto lo trovi dappertutto: serio, famigliare sulle insegne dei bazar, dei bus; sorridente, invitante sui cartelli turistici.
Arriviamo alla frontiera giordana, due ore per completare le pratiche doganali ed eccoci nuovamente in marcia. I camper corrono veloci per l’ampia strada, il nostro sguardo si sofferma sul paesaggio, sullo scarso traffico, sui volti delle persone che sorpassiamo, poi la calma del momento viene rotta dalla voce dei nostri amici che dal CB ci comunicano che stiamo incrociando i camion di OVERLAND . Ci sbracciamo, salutiamo gesticolando con le mani. Ci vengono incontro, forse si fermano. No, continuamo imperterriti per la loro strada, per le loro faccende.
In Giordania ci fermiamo nei principali siti archeologici, visitiamo i castelli del deserto ovvero le residenze dei califfi arabi usate per evadere dalla vita delle città senza rinunciare alla comodità ed alle ricchezze delle loro residenze.
Ci dirigiamo verso Amman. Il sole è sempre cocente, continua a soffiare un vento che asciuga tutto, la temperatura esterna si aggira sui 38 gradi mentre all’interno del camper arriva a 45, daltronde siamo in luglio.
Amman, tutta dolcemente a saliscendi, sorge su 19 colli e conta un milione di abitanti. Arriviamo in città nel pomeriggio inoltrato assistendo pian piano al suo risveglio. La gente comincia nuovamente ad animare le strade, inizia la confusione, la concitazione, l’allegria. Le botteghe riaprono mostrando la loro merce, i caffè si stanno animando, si sorseggia il thè, si mangiano frittelle, si legge il giornale, si chiacchiera.
A piedi passiamo vicino a mura e teatri romani che sorgono vicino ad edifici moderni, a grattacieli, a viali alberati, a lussuosi alberghi: passato e presente convivono nello stesso luogo.
Anche se, nostro malgrado, siamo viaggiatori frettolosi dedichiamo anche un po’ di tempo per parlare con la gente locale sempre cordiale e disponibile. Spesso sono loro che ci cercano per offrirci informazioni, aiuto, od invitarci in casa loro. Nei pressi di Madaba sorpresi dal buio ed alla ricerca di un parcheggio siamo avvicinati da un automobilista che ci dice:” Can J elp you? Brevi convenevoli e la serata finisce con un invito a cena a casa sua, con la sua famiglia. Siamo una bella tavolata, gli ospiti sono aumentati, per l’occasione sono anche arrivati parenti e amici, noi siamo i festeggiati.
Perfettamente a nostro agio, come se ci conoscessimo da sempre, assaggiamo i loro cibi, alcuni un po' particolari, ridiamo e soprattutto ripassiamo l’inglese adoperando tutti i vocaboli di nostra conoscenza.
Sempre a proposito di occasionali incontri con la gente locale ricordo anche l’invito da parte di due autisti di pullman parcheggiati vicino a noi, in quel caotico piazzale di un distributore. Con loro ci siamo seduti sulla coperta allargata per terra per una tazza thè. Erano persone semplici che cercavano un contatto al solo scopo di scambiare quattro chiacchiere. Di chiacchiere quella sera ne abbiamo fatte poche, le parole erano sostituite da tanti gesti e sorrisi, eppure si era creata un’atmosfera allegra e spensierata che si è ravvivata ancora di più quando abbiamo messo sulla coperta una crostata. E’ arrivato anche il gestore a prendere parte alla festiciola improvvisata: con niente abbiamo trascorso una serata diversa e divertente.
In questi paesi la gente è sempre disponibile a darti un po' della loro cortesia che mette a dura prova la nostra mentalità, la nostra diffidenza nei confronti di quello che per noi e inusuale
Ritorniamo al viaggio. Da Madaba prendiamo la strada per il monte Nebo , transitiamo per i villaggi citati dalla Bibbia come le città di Moab.
Parcheggiamo il camper nel grande parcheggio del monte Nebo (m.802) ed entriamo nel recinto del monastero che secondo la leggenda è il luogo dove Mosè fu sepolto.
Egli è arrivato sin qui con il suo popolo liberato dalla schiavitù in Egitto dopo aver errato per 40 anni nel deserto; questa è la sua ultima tappa, non gli è concesso di attraversare il Giordano, ha solo la possibilità di vedere la terra promessa.
........E quando l’avrai veduta, anche tu sarai riunito ai tuoi antenati, come fu riunito Aronne, perché vi ribellaste al comando che io vi avevo dato nel deserto di Sion, quando il popolo si rivoltò contro di me, invece di far risplendere davanti ai loro occhi la mia santità .....................( Bibbia Num. 27.12)
Con curiosa emozione anche noi ci affacciamo a questo balcone naturale per ammirare il paese di Canaan. Lo sguardo abbraccia un panorama spettacolare che spazia dal mar Morto alla valle del Giordano e più lontano tra valli e piane si intravede Gerusalemme nascosta da una tenue foschia
Ritorniamo a Madaba chiamata anche la città dei mosaici per la scoperta, nel 1890, della carta della Palestina visibile nella basilica greco -ortodossa di S. Giorgio
Il viaggio continua attraverso la stupenda valle dei re in direzione Petra.
La strada, interrotta di tanto in tanto da lavori in corso, sale con ripidi tornanti che si snodano in un paesaggio affascinante. Sono montagne bellissime, scarne, spoglie, spigolose, con gole profonde a strapiombo, accarezzate dal caldo vento d’oriente.
Oltre al paesaggio questa strada ci richiama agli storici eventi del passato: è la strada dei Patriarchi, della Bibbia, dei Greci, dei Romani, dei Crociati.
Il nostro viaggio tocca la mitica Petra e l’altrettanto famoso deserto di Wadi Run che tralascio per brevità .
Da Aqaba ci imbarchiamo coi nostri mezzi alla volta del Sinai. Le formalità di frontiera sono lunghe il caldo è sempre intenso ma il nostro entusiasmo è alle stelle: la terra di Mosè ci aspetta.
Sono previste sei ore di navigazione, ma una nave così vetusta e così piena di gente certamente impiegherà più tempo, qui gli orari sono diversi da quelli occidentali : si parte e si arriva quando si può.
Così anch’io metto da parte la mia impazienza, la mia fretta e comincio a guardarmi intorno ad osservare i passeggeri carichi di pacchetti e scatoloni abbracciati da spaghi sfilacciati di grandezze diverse. Ho visto le donne discrete, coperte dai grandi e scuri foulard, alcune ancora completamente velate, ho visto le tavole imbandite sul pavimento della nave, ho percepito gli odori ed i sapori dei loro cibi, ho sentito le loro risate, ho assistito all’imbarazzo di un giovane che volendo pregare chiedeva informazioni sulla direzione della Mecca, così, ho scoperto in poco tempo un lato di un’umanità diversa.
Sbarchiamo, dopo diversi tentativi di attracco falliti, alle 21. Sarà stata la levataccia di stamattina, sarà stata l’attesa per l’imbarco sull’asfalto bollente, sarà quest’assillante aria calda che si respira, sarà la lungaggine di queste pratiche doganali ma io più di tutti sento la stanchezza. Solo verso l’una il mio calvario finisce: leghiamo le targhe egiziane ai nostri camper, i cancelli si aprono e finalmente posso allungarmi nel letto.
Mi sveglio quando il sole è già alto, la giornata si preannuncia calda ed in me è ritornata l’impazienza di riprendere il viaggio.
I nostri due camper stanno percorrendo le strade del Sinai diretti a S. Caterina ai piedi del “Gebel Musa” il monte di Mosè
La strada asfaltata sale e scende con continue curve in un paesaggio aspro, inclemente, fatto di muraglie di pietra, di pareti rocciose modellate da secoli con colori di tonalità diverse, dal grigio scuro all’ocra acceso. Ai bordi della strada non vediamo abitazioni , solo qualche tenda e piccoli greggi .
Arriviamo a S. Caterina e sostiamo nel parcheggio vicino al monastero.
Questo monastero, sorto su una fortezza fondata da Giustiniano nel 530 , famoso in tutto il mondo, è, secondo la tradizione, il luogo del roveto ardente dove Mosè per la prima volta sentì la voce del Signore
Fuori dal monastero ci sono solo montagne, picchi aguzzi e la vetta del monte di Mosè illuminata dalla luce accecante del mezzogiorno.
Mi sembra di passeggiare nelle pagine della Bibbia.
Mosè fugge dall’Egitto dopo aver ucciso una guardia e si rifugia quassù. Qui incontra le figlie del sacerdote del luogo, le difende dai pastori, le aiuta ad abbeverare il gregge attingendo acqua nel pozzo visto poc’anzi. Sempre in questo luogo, mentre sta pascolando, vede un roveto ardere senza che la fiamma lo consumi, allora incuriosito si avvicina e il signore gli dice:
......Mosè, Mosè, io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe....... vieni ti manderò dal faraone e tu farai uscire il popolo dall’Egitto, Voi adorerete Dio su questo monte....(bibbia).
Ritorniamo al parcheggio del camper, un grande pianoro forse lo stesso dove Mosè fece accampare le tribù d’Israele per un anno intero.
Pranziamo e trascorriamo il pomeriggio ad oziare e riposarci: domani si va in cima al famoso monte.
Sdraiati all’ombra dei camper parliamo dei chilometri percorsi e dei luoghi visitati.
Non abbiamo tralasciato nulla, città, castelli, moschee, chiese, templi, tombe, e questo ci ha obbligati a viaggiare sempre con un certo ritmo, di conseguenza a pernottare come sempre sulle piazze, ad alzarci presto come sempre, a mangiare velocemente come sempre, fa caldo come sempre.
Eppure tutti e quattro siamo felici di quest’esperienza, felici di essere accampati in questo arido deserto di pietra ad ammirare i luoghi dei patriarchi.
Spostandoci attorno al camper per beneficiare della sua ombra che gira, anche il panorama cambia: ora vediamo l’ampia valle dove c’è un cimitero beduino ed una moschea , ora il monastero con le alte mura di petra, con i giardini di ulivi e cipressi.
La nostra pigrizia, tra tanta pace, continua sino a che non vediamo avvicinarsi un giovane beduino a dorso di cammello, allora scattiamo come molle a prendere le macchine fotografiche. Eccolo lì davanti a noi imponente, fiero, riluttante e seccato per la nostra morbosa attenzione. La sua ritrosia dura poco, è bastata una breve conversazione per farlo diventare affabile e prima di allontanarsi ci invita ad immortalarlo.
Arriva la sera: Il sole comincia a nascondersi dietro i monti tingendo l’orizzonte di rosso, lentamente il buio avvolge la valle e stasera, come sempre, dormiremo sotto le stelle.
Alle 3,30 suona la sveglia.
Con entusiasmo usciamo dai camper nella fresca aria del mattino, percorriamo la strada per S.Caterina, oltrepassiamo le alte mura del convento , seguiamo il sentiero che con ampi e dolci tornanti sale sulla montagna.
E’ buio pesto, un buio che non fa paura anzi protegge, l’unico rumore e quello dei nostri passi, l’unica luce è quella delle nostre pile che si accendono quando i nostri piedi incontrano un ostacolo.
Camminiamo velocemente, in certi tratti sentiamo un odore forte e acre di sterco di cammello e subito dopo una voce proveniente dal buio dice:” camel ? “. Sono i beduini in attesa di turisti da trasportare a dorso dei loro cammelli.
Camminiamo da un’ora, il respiro ed il battito del cuore diventano più frequenti, il freddo non si sente, parliamo molto poco tra noi, forse per non turbare la sacralità del luogo. Sono sicuro che nel silenzio ognuno di noi mentalmente ripassa i capitoli dell’esodo letti insieme il giorno prima: la storia di Mosè che riceve su questa montagna le tavole della legge. Una legge che attraverso i secoli è giunta sino a noi per dettarci ancora i comportamenti da seguire nella nostra vita.
Un’altra ora è passata, non ci concediamo soste, il fiato è sempre più corto, il cielo impallidisce, una luce magica concretizza le cose della valle.
L’ampio sentiero tutto d’un tratto finisce ed inizia una ripida, interminabile gradinata; noi non molliamo l’andatura. Delle nostre mogli non abbiamo notizie sino a quando girando lo sguardo a valle le vediamo in lontananza in groppa ad un cammello, ma anche loro ai piedi della gradinata devono smontare, cambiare mezzo e riprendere il cavallo di S. Francesco.
Il cuore mi martella il torace, sento i muscoli indolenziti, guardo i pochi tornanti che ci separano dalla cima quando l’alba improvvisamente ci sorprende. Con l’amico Oreste mi butto su un grosso masso per immortalare le vette baciate dal sole; una luce viva accende le montagne spoglie di vegetazione ed il nuovo giorno che arriva da un fascino particolare a questi spazi selvaggi.
Ora con tutta calma approdiamo alla cima, ci distendiamo su un levigato masso dove ci raggiungono ansanti le nostre mogli.
Nessuno di noi parla, siamo rapiti dal fascino e dal mistero che il sito ci ispira: cielo e terra sono più vicini. Il divino ed il terreno si sfiorano
Il nostro sguardo si perde lontano tra massi e picchi, tra grotte che parlano della storia di un popolo e di un uomo chiamato Mosè.
Purtroppo anche noi siamo dei viaggiatori frettolosi troppo presto distolti dalla quotidianità: tiriamo fuori dagli zainetti biscotti e thè bollente per recuperare subito le calorie perse.
Ci fermiamo in vetta (m. 2285 ) ancora un’oretta per guardare il panorama, per gironzolare attorno alla cappella ed alla piccola moschea punto di riferimento di due culture diverse che credono in un unico Dio.
Scendendo giungiamo in un pianoro dove ci sono alcune costruzioni abitate, una manciata di alberi verdi, un pozzo, qualche capra, dei ragazzini e delle donne che si aggirano affaccendati; qui il tempo si è fermato: le cose ed i volti sono gli stessi di quelli della Bibbia e noi con le macchine fotografiche a tracolla, ci sentiamo di troppo.
Quasi in punta di piedi proseguiamo la discesa e, non trovando nessuno, abbiamo il tempo di gustare la bellezza del sentiero che passa tra archi di pietra , tra strette gole e talvolta, non troppo lontano, da grotte dove un tempo vivevano gli eremiti .
Il nostro viaggio, dopo due giorni di relax a Sharm el Sheikh, continuerà con un ritmo intenso attraverso il mar Morto, Gerusalemme, le sponde del fiume Giordano ma il nostro pensiero spesso ritorna su quel monte che svetta solitario e misterioso a ricordare quel Dio che ha conquistato una parte dell’umanità.
Fiorenzo Revelli
Associazione “Totem e Tabù-
club di liberi viaggiatori-”
Boves -CN-