Sulla rotta di Marco Polo percorrendo la via della seta

sette camper approdano a :    S a m a r c a n d a

 

 

Samarcanda, un nome magico, una città resa famosa da poeti e scrittori tanto da farla diventare un mito, un luogo immortale pieno di fascino, di leggende, di mistero e magia. 

Prima della partenza per questa meta gli amici mi chiedevano se andavo nella Samarcanda titolo della famosa canzone di Vecchioni;  “ si ”  rispondevo, proprio quella Samarcanda.

Al ritmo della briosa e ritmica canzone: “Corri cavallo, corri ti prego, fino a Samarcanda..”  il nostro gruppo formato da sette camper partiva, a fine luglio 97, per questa affascinante e lontana terra situata in Uzbekistan, repubblica indipendente staccatasi dall’ URSS nel 1991. 

Percorriamo le strade della Grecia  che si snodano in un paesaggio di saliscendi  tra terra e cielo, tra uomini e gli dei di Omero  che dall’alto forse ci osservano  sorpresi dal nostro esuberante entusiasmo.

Mentre guido il mio pensiero vaga per conto suo, cerca di ricordare quanto letto su queste antiche terre dell’ Asia centrale fatte di steppe, di deserti, di montagne dove per secoli visse una popolazione di nomadi.

 

 

Samarcanda sorse all’incirca nel V  secolo a. C. e già nel 329 subì una grande sconfitta da parte di Alessandro Magno. Il progetto di questo grande conquistatore di unire l’Europa all’Asia crollò con la sua morte  avvenuta a soli 33 anni.

Prese il potere  il suo generale Seleuco la cui dinastia regnò per tre secoli, poi varie dominazioni si alternarono in questo tormentato territorio sino alla conquista dell’islam, ed è proprio sotto gli arabi che Samarcanda conobbe una grande prosperità.

 

I camper corrono sempre veloci. Attraversiamo Istanbul, Ankara  per imboccare la strada che ci porterà  a Sivas, Erzurum ed infine al confine iraniano.

Transitando per queste città   noto che non hanno più nulla di orientale, in tutte si respira l’atmosfera delle grandi metropoli col loro movimento determinato dagli affari, dal lavoro febbrile, dagli uomini che corrono negli uffici, nelle banche, nei negozi. Solo in qualche vecchia e nascosta viuzza  si vedono ancora gli uomini riposare all’ombra o recarsi a pregare nelle moschee richiamati dalla voce lamentosa del Muezzin.  Questo è l’oriente: lo scorrere lento del tempo, il caldo, la pigrizia,  l’indifferenza  agli eventi giornalieri.

Siamo in piena estate, il cielo è  limpido, azzurro ed il paesaggio è spettacolare: le montagne  nude ed arse dal sole hanno forme fantasiose, colori che vanno dal giallo al rosso, sono disabitate,  danno un senso di mistero dove regna incontrastato il grande silenzio.

Qui comincia il vasto dominio centroasiatico fatto di deserti, di steppe; un’area desolata nel cuore del grande continente.

Mentre guido  continuo a far scorrere nella mia mente i principali avvenimenti che si sono succeduti a Samarcanda.

 

Nel 1220 Samarcanda e Buckara vengono distrutte, si instaura il regime del terrore Mongolo. Gengis Khan, figlio di un oscuro capo tribù, è l’uomo forte del momento tanto da diventare   il sovrano di un impero immenso che andava dalla Mongolia alla Cina, dalla Russia alla Polonia.

 E’ un uomo analfabeta e crudele ma coraggioso e saggio allo stesso tempo: apre vie di comunicazione, favorisce ed incrementa i traffici sulla via della seta, accoglie viaggiatori occidentali tra cui Marco Polo.

La morte di Gengis Khan porta al frazionamento dell’impero sino a che si eleva un altro grande sovrano: Tamerlano o Timur.

 

Per interrompere la monotonia del viaggiare ci concediamo delle piccole soste e brevi deviazioni di percorso per visitare  castelli, assaporare la quiete e la solitudine che si respira nelle antiche moschee,  goderci il panorama della magnifica valle dell’Eufrate e fermarci estasiati davanti all’imponente Ararat. Questa montagna che gli Armeni chiamano ” Il divino“ è illuminata dal sole che in quel momento tinge di un color rosa la  cima innevata e la sua mole che invade una parte del cielo ci incute paura e rispetto.  Qui secondo la Bibbia approdò, dopo il diluvio, l’arca di Noè.

Entriamo in Iran, incontriamo la nostra guida che ci aiuta a sbrigare le pratiche di frontiera, mentre le nostre mogli indossano, in tutta fretta,  lunghi abiti scuri e si avvolgono nel grande foulard che nasconde completamente la capigliatura.

Mi fa un certo  effetto essere nuovamente in Persia, in tre anni nulla è cambiato, stessi luoghi, stesso paesaggio, stessi villaggi; solo una cosa sembra peggiorata: l’intransigenza integralista più assillante, le donne più coperte del solito.

Andiamo a Tabriz città stupenda, ricca di verdi giardini e fontane ma nel contempo malinconica per il clima che aleggia. La gente d’indole espansiva, allegra  e cordiale difficilmente riesce a conversare con gli occidentali perché la polizia lo impedisce.  

Ripartiamo il giorno seguente per Teheran.

 

Samarcanda è ancora lontana ma il suo nome continua ad esaltarmi.  Tamerlano con campagne di guerre spettacolari  riesce in meno di dieci anni ( siamo nel 1395 ) a conquistare Iran,  Iraq, Siria, Turchia orientale, Caucaso, arrivando a saccheggiare l’India.

Questo sovrano con le ricchezze rubate, con la cattura di abili artigiani, con la grazia accordata a poeti e letterati, ricostruisce in modo impareggiabile Samarcanda  proclamandola capitale del suo vasto impero.

 

La strada che da Tabriz porta a Teheran è ottima, ma ad eccezione del lungo tratto autostradale, è trafficata da grossi camion. Sorpassiamo continuamente aiutandoci l’un l’altro con la radio che usiamo di nascosto.

A sera siamo a Teheran , si parcheggia nel viale dell’ex hotel Hilton dove andremo a cenare.  Il ristorante ha conservato il lusso e la raffinatezza come ai tempi dello Scià solo la piscina è stata rimaneggiata: un tendone la isola in tutta la sua circonferenza quando a nuotare vanno le donne negli orari a loro riservati.

A Teheran passeggiamo per la città, visitiamo i palazzi di Farah Diba dello Scià, musei e l’immenso mausoleo ultima dimora di Khomeini.

Il viaggio prosegue verso Mashhad  “La sacra”.

Lungo la strada ci fermiamo in  un caravanserraglio molto ben conservato e restaurato. Nel suo interno ammiriamo la vastità dei cortili, delle stalle, delle innumerevoli stanze che ospitavano i mercanti.  Il trambusto, i rumori, il vociare, la confusione che certamente qui regnavano qualche centinaio di anni sono ora sostituiti da un silenzio spettrale: nessun suono, nessun segno di vita.  Anche il paesaggio intorno arido e sabbioso  tristemente partecipa alla fine di un’epoca.

 

Ritorniamo ancora un attimo agli eventi storici di Samarcanda.

Morto Tamerlano i suoi discendenti si spartiscono il regno governandolo separatamente. Samarcanda sino al 1449 è retta da Ulughbek, matematico e valente astronomo che fa di Samarcanda un centro di cultura di prim’ordine.

Ucciso Ulughbek gli stati dell’Asia centrale si fronteggiano, nel corso degli anni, l’un l’altro; così le dinastie si susseguono, nascono e spariscono celermente.

Verso il 1700 comincia a farsi sentire in queste terre l’influenza Russa, dapprima come protezione per trasformarsi poi in annessione.  Stato dopo stato i Russi si trovano padroni dell’immenso territorio dell’Asia centrale.

Nel 1917 la rivoluzione russa, deposto lo zar, porta in queste terre la collettivizzazione forzata,  la proprietà privata viene eliminata ed al nomadismo viene imposta la parola fine. Con la sovietizzazione viene imposto a tutti di piantare cotone. Con la forza, con le carestie, con la miseria incalzante, volenti o nolenti , la gente inizia un nuovo sistema di vita. Il sogno di questi stati che attualmente sono autonomi è quello di industrializzarsi e raggiungere i modelli occidentali, ma il percorso sarà ancora lungo e difficoltoso.

 

Finalmente entriamo in Turkmenistan.

Lasciata la dogana ci rimettiamo in moto per Samarcanda mai dimenticata anche se il viaggio è lungo e faticoso.

In questo stato troviamo una viabilità  alquanto varia, un  alternarsi di strade buone con altre costellate di buche,  un traffico inesistente, una campagna  coltivata a cotone, città formate da grandi casermoni grigi, i tipici condomini dell’est, mentre interessanti e ricche di storia sono le zone archeologiche.

Proseguendo sempre verso oriente il paesaggio diventa  più brullo, arido e secco,  stiamo entrando nel deserto di Karakum, la temperatura è di circa 40 gradi all’ombra.                 

La strada asfaltata attraversa un terreno piatto, costellato da ciuffi d’erba secca e dura, da cespugli rinsecchiti , tutti aggrappati  con le radici  che affondano nella sabbia, mostrandoci la loro tenacia e voglia di vivere.

Percorriamo decine di chilometri di vuoto assoluto, di silenzio. Pensiamo che non ci sia nessuno, che non ci sia vita, invece di tanto in tanto qualcosa si muove: sono dei  cammelli.  In lontananza si solleva una nube di polvere, si tratta di greggi  scortate dai pastori  che camminano con la stessa andatura lenta e pigra delle loro bestie.

Ci avviciniamo alla frontiera Uzbecha  ed il paesaggio lentamente cambia diventando  più ospitale.

Superate altre formalità doganali prima del buio siamo a  Bukhara.

Bukhara ha un centro storico ben conservato, un complesso di edifici color marrone che comprende medresse, palazzi, piazze, una grande fortezza ed i resti di un ampio e vecchio centro commerciale. Interessanti sono le vasche di raccolta dell’acqua, conservate come monumenti a ricordo del sistema idrico del tempo. Allora l’approvvigionamento d’acqua della città era garantito da 200 di questi contenitori di pietra dove la gente si riuniva a chiacchierare, a  bere, a lavarsi.  Con questo sistema l’acqua, cambiata di rado, era un habitat di insetti, rane, e spesso scoppiavano gravi pestilenze.

Sotto il regime sovietico il sistema idrico viene modernizzato.

Ora   Samarcanda è vicina  e ci chiediamo:  valeva la pena fare 7000 Km. per vederla?

Stiamo per scoprirlo, siamo arrivati alla meta.

E’  l’ora del tramonto, l’ora migliore per arrivare in una città con questo nome. Il sole lentamente scende all’orizzonte, la sua luce si fa meno incandescente per assumere un colore più cupo come quello di una caramella color lampone.

Circondati da quest’atmosfera magica attraversiamo ampi viali alberati ed in breve eccoci parcheggiati in una dacia pronti per andare alla scoperta della città.

A Samarcanda le prime cose che colpiscono sonno i minareti, le cupole, i grandiosi complessi fatti costruire da Tamerlano ricchi di storia e di colore.  E’ un colore che  prende, affascina, incanta. In ogni angolo si innalza una costruzione i cui mattoni disegnano losanghe color blu, un blu intenso, vivo, più spendente del cielo stesso.

La piazza del Registan delimitata su tre lati dalle facciate di superbe medresse che racchiudono ampi cortili,  porticati, logge, tutti rivestiti di maioliche blu e bianche, è uno dei monumenti più straordinari dell’Asia.

Altro suggestivo monumento di Samarcanda è la strada dei sepolcri  la “Shahi-Zinda” la tomba del re vivente. Da questo sito parte una stradina lastricata ai cui bordi sorgono le tombe ricche di arabeschi, cesellature, mosaici, dove predomina sempre il bianco ed il blu intenso. Il sito è suggestivo, grandioso, misterioso, unico, ma nello stesso tempo triste, non perché è un luogo funerario, ma perché abbandonato allo sfacelo del tempo.

Poi ci sono le moschee, tante, importanti ed imponenti, ed  ancora il mausoleo del grande Tamerlano, lo zoppo di ferro, come veniva soprannominato. Esso ci appare d’improvviso con la sua enorme e splendente cupola  semisferica  che poggia su un cilindro di pari diametro. Il suo interno bello e grandioso, illuminato dalla tenue luce che filtra attraverso piccole finestre è un luogo di silenzio e  di rispetto. Una balaustra delimita il luogo sepolcrale con le tombe del sovrano e dei figli.

A Samarcanda  è altrettanto bello perdersi nelle sue vie, mischiarsi alla gente, alla folla variopinta che compra, che vende, che passeggia. Nei suoi viali  ho visto una schiera di cuochi indaffarati a far cuocere il montone in neri pentoloni, di venditori di bibite raffreddate da pani di ghiaccio, di negozi con  esposti costumi sgargianti, caratteristici corsetti dai vistosi ricami, tappeti e copricapi.  Io, come turista disperso tra la gente, circondato da un miscuglio di odori, rumori,  voci  mi sentivo a mio agio, inosservato, quasi inesistente.

Girando in queste regioni un aspetto che mi ha colpito sono stati mercati. In ogni cittadina c’è una piazza o un bazar all’aperto dove la gente si trova per vendere i propri prodotti o per comprare. Ci sono donne dai vestiti  luccicanti che accovacciate  per terra o dietro le bancarelle, con un sorriso che mette in evidenza  denti vistosamente foderati d’oro, ti invitano a fotografarle. Ci sono giovanotti che vendono dolcissimi meloni che si sciolgono in bocca come il burro. Ci sono ragazzini che girano con carrettini o ceste offrendo il pane di giornata.  Poi ci sono i vecchi con la barba bianca  e  la pelle  del viso scurita dal vento e dal sole che evidenzia profonde rughe. Sono facce bellissime, particolari, indimenticabili. Tutti indossano il tipico soprabito  e calzano stivali di cuoio. Noi scattiamo fotografie a ripetizione, talvolta siamo titubanti perché rubiamo i loro volti, violiamo le loro intime espressioni.

Vicino a me si è fermato uno di questi vecchi Usbeki.  Lo osservo, il suo sguardo spazia lontano, forse  non riconosce più i luoghi di quando era giovane, niente gli ricorda il passato, tutto è cambiato.  I minareti sono  diventati musei, le antiche usanze,  i gesti rituali degli incontri, dei saluti, sono scomparsi per sempre : anche qui è subentrata la frenesia di possedere, di guadagnare. Dopo una breve sosta il vecchio riprende il cammino, il suo incedere è lento  ed il suo sguardo ritorna a vagare oltre la piazza, sulle cupole blu delle moschee. Questo uomo rappresenta l’immagine dell’antico mondo  asiatico e la sua espressione rassegnata è il prezzo pagato dalla sua generazione per poter vedere i figli lavorare in un mondo nuovo.

Lasciata Samarcanda il viaggio prosegue in  Tagikistan, altro stato confinante, più povero, più isolato, meno sicuro delle altre repubbliche per i continui tafferugli interni tra nord e sud.  Infine riprendiamo il viaggio di ritorno, altri 7000 Km fatti di luoghi nuovi, incontri, emozioni......

Ora, anche se è trascorso un po’ di tempo, ripensando a questo viaggio nella mia mente affiorano una quantità di immagini:  rivedo campi di cotone, deserti aridi, tende di pastori, greggi al pascolo, folcloristici mercati, città punteggiate da cupole blu ed una piazza dove un vecchio uzbeco procede incerto e smarrito,  ma non ancora rassegnato ad uscire dalle sue antiche abitudini.

 

Fiorenzo  Revelli    

Associazione “Totem e Tabù -

club di liberi viaggiatori- “

Boves -CN-

                      

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