L'estate indiana e i suoi colori in USA e Canada
Itinerario del viaggio redatto a posteriori per le numerose deviazioni apportate all'ultimo momento.
In U.S.A.
Massachussets - New Hampshire - Vermont - Stato di New York - Maine - Massachussets.
Abbiamo percorso in U.S.A. 1613 miglia, pari a Km.2580
In Canada:
Ontario - Quebec - New Brunswick - Prince Edward Island - Nova Scotia - New Brunswick.
Abbiamo percorso in Canada 3513 miglia, pari a Km.5621.
Venerdì 16.9.94
Abbiamo messo la sveglia ad un'ora antelucana: le 4,30 del mattino. Il nostro treno per Torino parte alle 5,30; dobbiamo assolutamente prendere quello, poichè il nostro aereo decolla da Caselle alle 9,30, con prima destinazione Zurigo; qui cambieremo volo, e prenderemo il Zurigo - Boston, nostra meta definitiva.
Alle 5,10 siamo in stazione, ed alle 6,35 a Torino.
A Porta Nuova prendiamo un taxi, ed alle 7 circa siamo all'aereoporto. Certo che i tassisti sanno farsi pagare bene! (lit. 45.000).
Puntualmente, alle 9,30 il nostro aereo parte; è un SAAB 340 della CrossAir. Atterriamo a Zurigo alle 10,25, ripartiremo alle 12,40 per Boston. l'Aeroporto di Zurigo è enorme, facciamo un piccolo giro prima di andare alla nostra porta d'imbarco.
Arriviamo a Boston alle 14 ora locale, ed andiamo subito, dopo aver ritirato i bagagli, alla concessionaria Hertz dove ci dovrebbe aspettare l'auto che avevamo chiesto, di media grandezza e cilindrata.
Alle 15,30 un gentile impiegato ci spiega che l'auto del tipo da noi voluto in quel momento non è disponibile, ma che se vogliamo ci darà, allo stesso prezzo, un'auto di grandezza e cilindrata superiore, avvisandoci però che forse consumerà un pò più di benzina. Noi accettiamo, non avrebbe senso perdere tempo aspettando che si liberi quella del tipo da noi richiesta. E poi la benzina qui non costa proprio cara, anzi!
Ed è così che ci ritroviamo possessori, per ben tre settimane, di un autentico aeroplano: ai nostri occhi si presenta infatti una Ford Lincoln Town Car. Accidenti se è grande e lunga!
Gianni ci sta comodamente nel bagagliaio. Fa qualche manovra di prova, poi, come se l'avesse avuta da sempre, la pilota con sicurezza all'uscita e via! Inizia davvero la nostra avventura USA - Canada.
Decidiamo di non entrare in Boston, città quanto mai trafficata ed a cui dedicheremo qualche tempo prima di ripartire, e puntiamo, prendendo la 1 A, per Salem.
Siamo in Massachussets, e ci stiamo dirigendo verso la costa a nord di Boston, per trovare un tranquillo paesino dove rilassarci un momento, intanto che raccogliamo le idee.
Il tempo non si presenta molto bello, fa abbastanza fresco ma non piove, e questo ci basta.
A Salem cerchiamo subito un posto dove lasciare i bagagli, un piccolo hotel, e, visto che è ancora chiaro, facciamo un giro, anche per abituarci alla guida della macchina, fino a Marble Head, che è proprio sul mare. Ci accorgiamo subito che è un posto residenziale, con ville private e nessuna ricezione alberghiera.
La Parte vecchia è un pittoresco villaggio marittimo di pescatori del New England con strade tortuose, case dai colori brillanti costruite in epoca coloniale o nei primi anni dell'indipendenza; ma nel piccolo porto sono ancorati yatch sfavillanti di ricchi americani.
Siamo molto stanchi. Dobbiamo fare i conti con il lungo viaggio, il cambio di fuso orario, e, Gianni soprattutto, l'aver subito guidato un'auto che non conosce, su strade che non conosce.
Rientriamo a Salem, ceniamo ed alle nove già dormiamo.
Sabato 17.9.94
Dormiamo quasi 12 ore filate, eravamo veramente stravolti, ma quando ci svegliamo il mondo ci appare già sotto una luce migliore; e poi siamo in ferie, evviva!
Visitiamo Salem che nella parte storica è una bella piccola cittadina, fondata nel 1626, dal glorioso passato marittimo: durante la rivoluzione americana, i mercanti della città armarono più di 150 navi corsare, e vantarono l'affondamento di più navi Inglesi di tutti gli altri porti messi insieme; furono poi adibite al commercio marittimo, e la Grand Turk di Elias Derby, fu la prima nave di Salem a doppiare il Capo di Buona Speranza ed arrivare a Canton, nel 1786. La città è però ricordata oggi forse maggiormente per i famosi processi per stregoneria che vi si tennero nel 1692, in cui morirono, accusate ingiustamente, più di venti persone.
Merita una passeggiata lungo il corso principale, pedonabile, per vedere le dimore ottocentesche di mercanti, e la "Casa dalle sette torri"; ricca di storia anche la Pickering House, di cui si narra sia la più vecchia casa degli Stati Uniti ad essere stata sempre abitata dalla stessa famiglia. Nella Witch House si tennero invece gli interrogatori preliminari dei processi di stregoneria. Sull'argomento, vi è il Salem With Museum ed il Witch Dungeon Museum, che noi non visitiamo perché poco interessati. Passeggiamo invece lungo il mare, su piccoli moli dove lenti cormorani si alzano e si posano in continuazione, poi, nelle prime ore del pomeriggio, dopo un panino veloce, partiamo per Plymouth.
Presto entriamo nel New Hampshire; come il vicino Vermont, questo Stato montuoso è ricco di bellezze narturali, quali la Catena delle White Mountains, i circa 1300 laghi grandi e piccoli sparsi nella "Lake Region", e di un tratto di zona costiera con spiagge sabbiose. Alterna paesaggi dolcissimi a vedute quasi selvagge.
Nostra meta è il White Mountain National Park.
Strada facendo ci fermiamo a visitare le Polar Caves, 6U$ a persona. Queste grotte, come già dice il nome, sono i resti dei grandi ghiacciai che passarono di qui circa 50.000 anni fa per poi ritirarsi verso il Nord.
Lo Hanging Boulder, una roccia di 80 tonnellate che sembra essere sospesa nell'aria, è in quella posizione da molte migliaia di anni. Parte del ghiaccio lasciata dal ghiacciaio che si ritirava aderisce ancora alle pareti della caverna.
E' ormai sera, e ci fermiamo a Plymouth, quasi ai piedi del parco, a dormire.
Domenica 18.9.94
Partiamo da Plymouth per la higway 93. Visitiamo Franconia Nocht State Park, che è una delle più suggestive gole del New Hampshire, scavata nella roccia granitica dallo scorrere del fiume fin da tempi remotissimi. Sopra questa gola, la natura ha inciso su di una rocciosa parete granitica il profilo di Pietra dell'Old Man of the Mountain, nota anche con il nome di Great Stone Face, che simboleggia il Granite State. (New Hampshire).
Quattro miglia circa oltre vi è "The Flume," un'altra stretta fenditura nel granito. Vi si giunge percorrendo una bella passeggiata naturalistica in mezzo ai boschi, che porta fino alla fenditura stessa, larga dai 3 ai 6 metri, e la percorre grazie ad una passerella in legno lunga circa 240 metri. Le pareti di granito si innalzano per circa 21 - 27 metri sopra le nostre teste, coperte di piante e muschi che trovano precario appiglio nelle fessure della roccia. Nelle vicinanze vi è un ponte coperto che si dice sia il più antico del New Hampshire, essendo stato costruito intorno al 1820.
Entriamo nel White Mountains National Park e andiamo ai piedi del Monte Washington dove c'è la stazione di partenza della Cog Railway.
E' un vecchio treno tipico dei tempi di allora, a carbone, e stiamo a lungo ad osservare i lunghi e spessi sbuffi di fumo che emana, finchè lo vediamo sparire avvolto in una nuvola densa. Noi non saliremo con questo mezzo, già stracarico di turisti, perchè è aperto per via del fumo, fa un freddo polare e preferiamo seguire la piccola strada tutta a tornanti che raggiunge ugualmente la vetta di Mount Washington, a circa 2100 metri di altezza. All'entrata paghiamo 19 U$, e mentre saliamo la vegetazione cambia e si fa sempre più rara, fino ad un paesaggio solamente roccioso, con massi interamente coperti di licheni. Presto veniamo avvolti dalla nebbia, e fatichiamo non poco a seguire la stretta stradina tutta curve che sale alla cima.
In vetta, siamo intorno allo zero, tira un vento fortissimo, e scorgiamo in mezzo alla nebbia fitta striata dal nero del fumo del trenino i colori dei piumoni dei viaggiatori che devono essere completamente congelati, perchè non scendono dal treno, e nemmeno si muovono. Fa troppo freddo e c'è troppo poca visibilità per fermarsi qui più a lungo, per cui iniziamo cautamente la discesa. La strada è molto stretta, ad ogni curva c'è un piccolo spazio dove si raccomanda caldamente di fermarsi per far raffreddare i freni: in effetti la discesa è molto ripida per una macchina americana col cambio automatico! Vi sono inoltre molti punti dove sono stati posti dei fusti pieni d'acqua che si possono usare per rabboccare quella del radiatore. Povero il nostro aeroplano! Noi non ci fermiamo mai per seguire questi buoni consigli, però per un riguardo all'auto Gianni scende molto piano. Man mano che scendiamo la temperatura si rialza, ritorna il sole, e la vegetazione si fa sempre più fitta e colorata. Sembra di tornare in un altro mondo.
Tornati a valle, ci dirigiamo verso il Vermont, confinante con il N.H: il Vermont è stupendo in questa stagione, tutto un susseguirsi di colori autunnali che rendono gli alberi di una bellezza semplice e naturale da gustarsi completamente. Qui vi è solo la natura in primo piano, e giriamo a lungo tra dolci colline e prati ormai non più verdi, ma che si accompagnano nel modo più consono all'armonia di colori delle foglie che degradano verso il giallo, l'arancio, il rosa, il rosso. Giriamo senza meta, riempiendoci gli occhi ed il cuore di tanta semplice bellezza, finchè giunge il buio a nascondere tutto; ci ripromettiamo allora di continuare domani, e ci fermiamo a cenare e dormire in un piccolo hotel poco fuori dal paese di Johnsbury.
Lunedì 19.9.94
Quando ci svegliamo, abbastanza presto, il mattino dopo, dopo un'altra lunghissima dormita di circa 10 ore filate, piove; ci saremmo fermati ancora a girare fra i meravigliosi colori autunnali che questi posti offrono a profusione, ma con un tempo così nebbioso e grigio non merita: avremo altre occasioni più avanti.
Decidiamo così di andare fino a Burlington per traghettare nello Stato di New York, sperando in un cielo più sereno.
Qui infatti c'è il sole; sul lago Champlain tira un fortissimo vento. La traversata per Port Kent dura circa un'ora; sbarchiamo che è quasi mezzogiorno.
Qui c'è un parco molto bello che desideriamo visitare, l'Adirondack National Park.
Questo si estende su di un'area di circa 20.000 km quadrati che la legge protegge da ogni possibile cambiamento che l'uomo le potrebbe apportare; in questo restare allo stato quasi selvaggio, con poche strade e molte distese isolate, laghi e montagne coperte di boschi, che i colori del fogliame rendono spettacolari, sta molto del suo fascino.
Fra le molte zone d'interesse visitiamo anche Ausable Chasm, incredibile gola il cui lungo percorso precipita da 30 a 60 metri di profondità. Già è molto bella e selvaggia la lunga passeggiata per arrivarci, poi è veramente impressionante vederla attraversando i ponti pedonali sospesi, lunghi da 6 a 15 metri. Vi sono formazioni rocciose dai nomi bizzarri, a cui si giunge camminando per stradine che scorrono tra il fiume e le pareti rocciose: "la roccia del pulpito," la "testa dell'elefante," la "roccia cattedrale".
Poi, essendo ancora abbastanza presto, deviamo verso Lake Placid per vedere la famosa pista da sci che tante volte abbiamo visto innevata, per televisione: qui si sono svolti i giochi Olimpici invernali nel 1932 e nel 1980. Ora non c'è la famosa neve, ma c'è un sole splendido, le foglie degli alberi hanno colori bellissimi, e ci riempiamo gli occhi di colore. Abbiamo fatto tanta strada per questo, dall'Italia!
Continuiamo poi per Samardago Lake e siccome il posto non ci piace molto, c'è troppa gente, proseguiamo ancora per S. George Lake; qui, lungo questo lago che è un gioiello incassato tra le montagne, con molte piccole isolette di proprietà statale, ci fermiamo a dormire.
Martedì 20.9.94
Partenza per Niagara Falls. Prendiamo la Superstrada 87, che lasceremo all'altezza dell'uscita 12 per Amsterdam.
Arriviamo dalla parte americana di Niagara Falls, usando la Thruway 90, a pagamento: 230 miglia, 7,40 U$., alle ore 15 circa; ci sistemiamo in un Hotel carino, con parcheggio, ed andiamo subito a vedere le cascate, prima dalla parte americana, e poi attraverso il Rainbow Bridge entriamo in Canada, dove ci timbrano il passaporto.
Le cascate sono molto belle dalla parte canadese, tanto che decidiamo di concederci qui tutto il resto del pomeriggio; è impressionante la massa d'acqua che stiamo guardando, e che ha colori bellissimi. C'è un bel sole, molta gente, e non ci stanchiamo di ammirare questo spettacolo incredibile. Dopo essercele impresse ben bene nella mente, le riprendiamo e fotografiamo; poi gironzoliamo ancora, ed alla fine, stanchi, andiamo a cena al Rock Table, ristorante panoramico sulle cascate in attesa che le illuminino quando cala l'oscurità.
E infatti: prima l'imponente massa d'acqua cadente diventa rossa, poi verde, poi blu. Andiamo a piedi sulla terrazza panoramica della Skylon Tower, che è dotata di quattro ascensori esterni velocissimi e da lì ammiriamo ancora lo spettacolo notturno delle cascate e della città Usa-canadese. Poi rientriamo negli Stati Uniti ed al nostro Hotel, ed a nanna.
Mercoledì 21.9.94
Torniamo nell'Ontario (Canada) stavolta definitivamente. Probabilmente, se avessimo saputo che non era difficile trovare da dormire nonostante la marea di persone presenti, saremmo già stati qui da ieri, ma va bene lo stesso. Ci fermiamo nuovamente alle cascate, e stavolta scendiamo nello Scenic Tunnel, che passa proprio sotto la grande caduta libera dell'enorme salto d'acqua. Siamo debitamente riparati dagli impermeabili gialli che ci hanno fornito comprando il biglietto, ma gli spruzzi sono ugualmente molto violenti, così come pure il rumore. Il fiume Niagara supera con un salto di 56 metri il dislivello che incontra nel suo tragitto dal lago Erie al lago Ontario, creando così queste cascate che sono le più famose del mondo. Vedere questa enorme massa d'acqua è sempre una bella esperienza, e ne riportiamo immagini di una forza e di una potenza devastante.
Ripartiamo percorrendo tutto il parco, ci soffermiamo a guardare lo Spanish Aereo-Car, teleferica su alcune rapide già più a valle, vicino alla Whirlpool, poi salutiamo Niagara Falls e ci dirigiamo verso Toronto, attraverso la QEW Higway. La nostra auto, la Ford Lincoln Towncar V 8, è meglio di un salotto; è molto grande e comoda, e dotata di tutta una serie di confort che ci sono graditi, avendo in programma di viaggiare molto. Il viaggio è piacevole, il tempo è bello, ed arriviamo a Toronto nel primo pomeriggio, alle ore 14,30 circa. Nonostante sia una grossa città non è difficile per Gianni gironzolare in cerca di un hotel che ci soddisfi, e che troviamo quasi subito: l'hotel Whitehouse, (67 $ canadesi). Lasciamo la macchina che ci sarebbe d'ingombro dato il traffico abbastanza caotico, e con i nostri zainetti usciamo a zonzo per la città.
Toronto è la capitale della provincia dell'Ontario; fu fondata nel 1793, conta 650.000 abitanti, ed è la città trainante dell'economia canadese. Toronto è bellina, seppure totalmente moderna, con ampie strade e spazi verdi, vetrate e fontane degli enormi grandi magazzini Eaton e Simpson, con molti grattacieli ormai di stile statunitense che sono però tutti collegati tra di loro con più livelli di passaggi sotterranei e centri commerciali. Le abbiamo dedicato solo questo mezzo pomeriggio, e girovaghiamo tranquillamente: nella Nathan Phillips Square sono ospitati i due edifici che più rappresentano l'evoluzione della città: l'Old City Hall, il vecchio Municipio, simile ad un castello, ed il City Hall, gioiello dell'architettura moderna costituito da due palazzi semicircolari e da un nucleo centrale a forma di disco volante, costruito su progetto del finlandese Revell nel 1965; la grande fontana situata di fronte al Municipio, che d'inverno si presta a pista di pattinaggio. Passeggiamo nella Downtown fino alle ore 18 circa, quando saliamo sulla C.N. Tower, che con i suoi 553 mt. d'altezza è per ora la struttura più alta del mondo. Un minuto per raggiungere lo Sky Pod con ascensori trasparenti ed esterni; pochi altri secondi per raggiungere lo Space Deck, dall'alto del quale ( siamo a 447 metri d'altezza) intendiamo aspettare il tramonto e l'accendersi delle luci della città.
Ai piedi della Torre si trova lo Sky Dome, un fantastico complesso comprendente uno stadio con il tetto retrattile capace di ospitare 53.000 spettatori, un hotel con 350 camere con vista sul campo di gioco, un teatro ed alcuni ristoranti.
Ed in effetti non ci pentiamo di essere saliti qui: noi, cui piace la fantasmagoria di luci che accompagna nelle grandi città ogni calar del sole, ammiriamo volentieri questi segni di mille e mille vite affaccendate sotto di noi, le strade illuminate e percorse dai fanali delle auto, i grattacieli e le case che sembrano brillare di luce propria, un tappeto luccicante che dà gioia.
Foto e riprese, poi si va a cena da Richard's (buono: salmone e gaspatcho per me, New York steak per Gianni) poi ritorniamo, sempre a piedi, all' hotel. Dopo tutto è dalle ore 15 che camminiamo! Ora sono quasi le 23, e ci meritiamo un bel sonno.
Giovedì 22.9.94
L'albergo è silenzioso, e dormiamo bene. Alle 9 siamo pronti e ci andiamo a riprendere, nel parcheggio dell'hotel, il nostro aereo personale (abbiamo battezzato così la nostra Town Car perchè è l'auto più grande che abbiamo guidato finora), e partiamo. Sbaglio subito a dare la giusta indicazione a Gianni per uscire da Toronto dalla strada più diretta, e così percorriamo tutta la Yonge Street, che a ragione è chiamata la più lunga arteria cittadina del mondo, e con quanti semafori!
Comunque arriviamo sulla strada che cercavamo, la Queen Elizabeth Way, 401, e puntiamo direttamente su Montréal. Per un bel tratto la strada corre a poca distanza dal lago Ontario; anche questo si rivelerà un percorso tranquillo e piacevole, tra bei paesaggi verdi, che l'estate indiana per ora ha solo sfiorato. Ci fermiamo solo per un piccolo spuntino, entriamo nella provincia del Quebec ed arriviamo a destinazione alle ore 16,30 circa.
Trovato l'hotel, vicino alla parte storica, la Vieux Montréal, che ci interessava soprattutto vedere, lasciamo l'auto e giriamo a piedi, come nostro solito non appena questo sia possibile.
Montréal è situata sull'isola omonima, alla confluenza del fiume Ottawa con il S.Lorenzo, e dominata dalla collina vulcanica del Mount Royal. La città si è sviluppata proprio grazie alla splendida posizione nel fulcro delle vie che collegano il S. Lorenzo con le praterie centrali, con la zona dei Grandi Laghi, con le regioni più industrializzate degli USA settentrionali.
Il 67% della popolazione è di origine francese, ma a differenza di altre zone del Quebec è notevole la presenza di un numeroso gruppo anglofono e gran parte della popolazione è bilingue.
Il primo insediamento europeo qui risale al 1642, quando un gruppo di missionari cattolici francesi fondò sull'isola di Montrèal il forte di Ville-Marie; fu conquistata poi dagli inglesi nel 1760.
I due gruppi etnici principali sono però rimasti ben differenziati nella distribuzione urbana; i francesi risiedono nei quartieri orientali e nella periferia settentrionale; i secondi nella zona occidentale, di rango sociale più elevato.
Iniziamo a vedere Place Cartier, vero centro della città vecchia e pittoresco spaccato delle tradizioni francesi, con bancarelle di fiorai, mimi, musicisti, giocolieri che si esibiscono per tutto il giorno davanti ai tavolini dei caffè. Rue St. Paul, Rue St. Vincent e Rue St. Amable sono le più caratteristiche della città, e si snodano intorno alla piazza, alla cui estremità si trova Le Vieux Port.
Bella anche Notre Dame du Bon Secours, dalla facciata armoniosa, costruita nel 1772 e conosciuta anche come la Chiesa dei Marinai. Di fronte alla Chiesa, la Maison du Calvet, del 1752, una delle poche abitazioni del periodo francese giunta fino a noi; la Papineau House, in Rue Bonsecours, è un'altra abitazione della prima metà del XVIII sec., con un'architettura finissima risalente al periodo della dominazione francese.
Per cenare, ci fermiamo in Rue St. Denis, di stile tipicamente europeo, frequentata anche in ora tarda.
Dopo cena camminiamo ancora un pò per strade e piazze di questo piccolo cuore antico di città, e poi rientriamo in albergo; è circa mezzanotte.
Venerdì 23.9.94
Lasciato l'albergo, avremmo voluto dedicare almeno una piccola parte di questa giornata alla nuova Montrèal, ma diluvia; allora ci accontentiamo di vedere la città dall'alto, salendo in macchina fino a Mount Royal, collina vulcanica occupata quasi interamente dall'omonimo parco progettato nel 1874 dallo stesso architetto autore del Central Park di New York, Frederick Olmstead.
Poi proseguiamo, diretti versi il National Park di Mont Tremblant. Usciamo da Montréal per la Route 15, e proseguiamo per St. Agathe, dove ci facciamo fare una copia delle chiavi della Lincoln, cerchiamo un ufficio postale per trovare dei francobolli, e cambiamo un pò di U$., in moneta locale.
Da S. Faustin entriamo nel Park, che visitiamo fino alle ore 17 circa: vi sono boschi e laghi in uno splendido scenario selvaggio; sono iniziate già anche qui le colorazioni delle foglie degli alberi nei meravigliosi toni dell'autunno, bruno, rosso, arancio, giallo. Usciamo da St. Donat e per mezzo della Route 125 Sud e la 158, passando attraverso una pianura ondulata e prevalentemente agricola, arriviamo a Berthierville, la città nativa di Gilles Villeneuve, che scegliamo, essendo già abbastanza tardi, per fermarci la notte. Intorno vi sono infatti molti paesini che non offrono alcun asilo per i viaggiatori, ed anche qui vi sono risorse piuttosto limitate.
Sabato 24.9.94
Al mattino dirigiamo verso Quebec. Il tempo non si presenta molto sereno, ma pazienza.
Per strada ci fermiamo a vedere una chiesa consigliata dalla guida EDT, ma non troviamo che sia nulla di speciale.
Riprendiamo la Route 40, ed andiamo a visitare il "La Mauricie National Park." E' un piccolo parco naturale molto bello, con stradine che si inoltrano in fitti boschi le cui foglie cominciano a prendere i colori dell'autunno ed anche qui stanno diventando gialle, rosse, sfumate arancio. Piccoli e numerosissimi laghetti azzurrissimi e tanta pace. E' abitato da alci, cervi, volpi, castori. Camminiamo e camminiamo, purtroppo senza fare incontri con qualcuno di questi animali, del resto protettissimi, e quando decidiamo di averlo girato per bene ed aver incamerato completamente la sua serena bellezza, lo lasciamo per dirigerci verso la città dove finiremo la nostra giornata.
Nel frattempo ricomincia a piovere, attraversiamo senza fermarci i piccoli villaggi tipici del Quebec, accomunati dalla ripetuta presenza di piazzette e ristoranti, caffè all'aperto, piccole chiese con campanili dai tetti spioventi, case in legno ed in pietra e la via centrale fiancheggiata da alberi secolari.
Quando arriviamo in città, sotto una pioggia insistente, scopriamo che, probabilmente essendo sabato, tutti gli alberghi sono al completo. E' terribile girare per una Quebec affollatissima all'ora di punta, mentre è già quasi buio, sotto la pioggia, e piena di sensi unici; e soprattutto avendo ancora la mente piena dei posti isolati e selvaggi da cui proveniamo; ma per fortuna alla fine troviamo una bella stanzetta con un bel lettone trapuntato di rosa e paralumi uguali. Si trova proprio in centro, dietro l'hotel Frontenac, costruito nel 1839 dalla Canadian Pacific. Che pacchia!
Ceniamo, e poi decidiamo, nonostante il tempo un pò inclemente, di fare un giro sul battello che porta a Lewis, sull'isola di Notre Dame. Il nostro scopo è quello di girare un pò per le stradine di Quebec, di raggiungere la funicolare che unisce la parte alta alla parte bassa della città, per raggiungere il battello, e vedere la città da lontano, dall'acqua. Alle 22,30 siamo sul battello, che sembra una vecchia ciabatta ma è velocissimo, ed impiega dieci minuti all'andata e dieci al ritorno, e bellissima è la vista di Quebec di notte, con le Chateau Frontenac, in cui è evidente l'influsso dell'architettura francese, che, simile ad un maniero medioevale, torreggia sulle case. Risaliamo nella parte alta con la funicolare che di lì a poco, vista la bassa stagione, chiuderà, e ritorniamo passo passo verso il nostro albergo, scoprendo sempre nuovi angolini pittoreschi di questa bellissima piccola cittadina.
Domenica 25.9.94
Quebec City conta circa 170.000 abitanti, e possiede assoluti valori storici ed architettonici che ne fanno una delle più affascinanti città del Nord America.
Tutto, nella provincia del Quebec, testimonia l'attuale costante attaccamento alle origini francesi dell'orgogliosissima popolazione, che ha deciso solo con il referendum del 1980 di aderire all'Unione delle Provincie Canadesi.
Il centro storico è costituito dalla città alta e dalla città bassa, chiamate il Vieux Quebec, dove già ci siamo soffermati ieri sera. Stamattina indugeremo ancora a visitare questa parte antica, che è l'unica che ci interessa e che non è molto grande.
Lasciamo l'albergo, parcheggiamo l'auto in un parcheggio, e sotto la pioggia che si è un pò attenuata, iniziamo il nostro giro, ed attraverso un lungo camminamento in legno, chiamato Dufferin Terrace, arriviamo alla Promenade des Governeurs, da cui si accede alla Cittadella, costruita nel 1820, che visitiamo. In Rue st. Louis vi è il convento delle Orsoline, il più antico istituto per ragazze del continente. E' del 1639. Vicino vi è la Maison Kent,del 1648, come altri numerosi edifici risalenti al XVII secolo.
Vagabondiamo tutta la mattina, per fortuna ha quasi smesso di piovere, tra le belle stradine e case antiche; vi sono fiori ovunque, per le strade, in vasi appesi alle finestre di case e negozi; vi è molta gente, e si vede che molti sono affascinati come noi da questa città.
Nel primo pomeriggio prendiamo un panino al Mac Donald, che, come ci tiene a sottolineare una targa esposta fuori dal locale, è il 450° costruito in Canada ed il 100° nel Quebec.
Poi ripartiamo e lasciamo Quebec City, dirigendoci lungo la costa nord del fiume S.Lorenzo, con destinazione Tadoussac.
Attraversiamo un paesaggio molto dolce e bello, specie dopo la deviazione alla Route 138, la 362, che costeggia il fiume. Villaggetti con la legna tagliata a pezzi e sistemata per bene fuori dalla porta, in attesa delle nevicate che da queste parti devono essere molto abbondanti, e del freddo dell'inverno; pastori che col gregge attraversano la strada.
A Baie St. Catherine prendiamo il traghetto gratuito fino a Tadoussac, in piena nebbia; comunque riusciamo a vedere una balena dalla pancia bianca che si rotola nell'acqua, felice e giocherellona. Deve essere una balena beluga.
A Tadoussac ci fermiamo per la notte, perchè è abbastanza tardi; troviamo un hotel e ceniamo. Nell'aria c'è un suono che giunge, ovattato dalla nebbia, come se fosse il lamento di una balena in preda ad un forte mal di denti.
Due passi prima di andare a dormire: la strada principale è illuminata ma deserta; rari i negozi , distanziati fra di loro, che alle spalle hanno il buio di piccoli boschi quasi del tutto avvolti da una nebbia leggera, sfrangiata.
Lunedì 26.9.94
Partiamo presto per Chicoutimi, nel parco del Saguenay, lungo il fiordo scavato dal fiume omonimo.
Le case che vediamo per strada, a differenza di quelle viste in precedenza, sono mostruose, con ossatura fatta in legno parte interna rivestita con pareti in cartongesso, verso l'esterno viene messo uno strato di isolante termico ricoperto da un foglio di nylon pesante e rivestito verso l'esterno con delle assi orizzontali in legno sovrapposte.
Siamo arrivati fino all'inizio del fiordo, ma non ne valeva assolutamente la pena; abbiamo percorso chilometri di un paesaggio piatto, uguale, privo di qualsiasi attrattiva; così, senza perdere altro tempo, siamo tornati indietro per vedere se si poteva fare un giro in barca a cercare la balena beluga, o anche per fare un giro su di un idroplano. Nè una cosa nè l'altra, in quanto sono tutti matti: partono la sera alle 16,30 per un tour di tre ore per le balene, ed alle 17,30 per il giro sull'idroplano. D'estate potrà anche andare bene, ma adesso è solo una fregatura per turisti: è troppo tardi, sale presto la nebbia ed anche il buio, non si può più vedere niente!
Andiamo allora a Les Escoumins a cercare il traghetto per Trois Pistoles, dall'altra sponda del fiume S.Lorenzo. Parte alle 18,30, effettuando solo due corse al giorno. Nell'attesa andiamo a fare un giretto nei paesi vicini fino ad uno, costituito da quattro case, chiamato "Salto del Montone", presumibilmente perchè c'è un piccolo ruscello che a tratti forma qualche cascatella, ed un molo molto vecchio ormai caduto in rovina.
Camminiamo di fianco al sottile corso d'acqua che scivola fra pietroni levigati, bordato di radici e di erbe fradice; poche pecore grasse e sparse brucano un verde inesistente.
Giunti al molo osserviamo le assi ormai completamente infradiciate, tanto che non ci fideremmo mai a camminarci sopra; proseguiamo finchè finisce la breve spiaggetta lungo il San Lorenzo, in questo punto placido e larghissimo, e disturbiamo senza volere qualche piccolo uccello che vola via strillando.
Poi torniamo alla nostra auto. Oggi è stata una giornata piuttosto inconcludente. Pazienza. Prendiamo il traghetto e sbarchiamo abbastanza tardi, circa ore 20, a Trois Pistoles ,minuscolo paese desolato con due soli motel, di cui uno è chiuso, e l'altro lo troviamo miracolosamente poichè ormai è buio pesto, c'è nebbia, ed è collocato un pò fuori paese, direttamente lungo il fiume S.Lorenzo.
La camera che ci viene assegnata, una delle poche abitate in questa stagione, è spaziosa, a pianoterra, con un'ampia vetrata che dà proprio verso il fiume, di cui avvertiamo, vicinissimo, il lento fluire, la lenta risacca contro una piccola striscia di sabbia a poca distanza da noi, e ora nascosta dal buio e dalla nebbia leggera. Per fortuna l'albergo è dotato anche di un piccolo ristorante, dai cui vetri fumosi esce una luce gialla , calda, che spicca nel buio del lungofiume lasciato al suo stato naturale e selvaggio. Scarichiamo i bagagli e, per questa sera, non ci muoveremo più..
Martedì 27.9.94
Questa mattina ci siamo alzati un pò prima perchè ci aspetta un lungo viaggio fino alla penisola Gaspè.
Il cielo è terso, l'aria frizzante, il sole splende e noi siamo contenti. Finalmente!
A pochi chilometri da Trois Pistoles ci fermiamo a Bic, piccolo paesino con un bellissimo parco sul fiume S.Lorenzo, dove vediamo foche e la baia "HA! HA!" Ci è molto piaciuto.
Questo parco è nato per proteggere lo strano paesaggio formato di montagne coniche, ma di forma irregolare, che si elevano in riva al fiume. Vi sono moltissime baie ed insenature, ed al largo si trovano piccole isolette. Vi sono animali selvatici, di cui molte specie di uccelli marini, e le foche, che sembrano essersi messe in posa per noi, su grossi massi affioranti dall'acqua; la testa e le pinne della coda sono sollevate, cosicché il loro corpo forma quasi un semicerchio.
Rientriamo sulla Route 132, e proseguiamo fino a Matane per entrare nella penisola Gaspé. Questa è formata dalla lingua arrotondata di terra a nord del New Brunswick che si protende nel golfo di S.Lorenzo. Il paesaggio che incontriamo è più selvaggio, i villaggi sono più distanziati fra di loro, e la gente qui si adatta alle avverse condizioni di vita: il clima è costantemente freddo, umido e ventoso. Fattorie con recinti per le pecore, un cane che abbaia,legna da ardere già accatastata in mucchi ben ordinati.
A S.Anne des Monts deviamo verso l'interno prendendo la route 299, e raggiungiamo il parco della Gaspesie. E' una zona vastissima, accidentata e selvaggia, ricca di laghi, foreste e montagne; le due cime, Mont Cartier (1268) e Mont Richardson (1173) sono le più alte del Canada orientale. Le strade che attraversano il parco sono dissestate, e portano a sentieri per escursioni lungo i quali ci sono zone dove è consentito il campeggio libero e da cui si possono ammirare le montagne Chic Choc.
Il posto è incantevole, coi grandi e piccoli laghi azzurrissimi in cui si riflettono gli alberi le cui foglie stanno colorandosi con le tonalità dell'autunno. C'è silenzio e pace, e tanta tranquilla bellezza; nei fossati, le felci sono lucide per l'umidità ; il muschio è ovunque verdissimo e molto spesso. Camminiamo a lungo attraverso sentieri fiancheggiati da alberi i cui rami si intrecciano alti sul nostro capo formando una volta di foglie multicolori, nei toni più caldi del giallo, ai toni più vivaci del rosso, del mattone, del rosa. Contro il cielo macchiato di nuvole, ma ancora brillante di sole, formano uno spettacolo meraviglioso.
Nel parco vivono anche i caribù, gli ultimi esemplari rimasti in questa parte della provincia. Noi purtroppo non ne vedremo, durante il nostro girovagare, ma il tempo non molto buono non gioca a nostro favore. Vediamo però due alci femmina, animali timidissimi che fuggono veloci.
Con l'auto percorriamo anche molte strade sterrate, e quel tipo di macchina non è molto adatto a fare da fuoristrada, tanto che a momenti mandiamo arrosto i freni.
Ritorniamo sul fiume S.Lorenzo e proseguiamo sulla sua sponda lungo la 132 fino a S. Pierre. E' un villaggio situato in una piccola baia, con un paesaggio spettacolare di ripidi fianchi montuosi che scendono a strapiombo fino all'acqua: il panorama costiero è splendido al tramonto, e una lunga catena di colline rocciose si prolunga per parecchi chilometri ad est della città.
Troviamo un piccolo hotel, ceniamo e ci ritiriamo: speriamo che domani il tempo si mantenga così come oggi, che ha alternato nuvole e sole, ma non ha piovuto.
Mercoledì 28.9.94
Le nostre speranze vanno deluse: ci svegliamo che pioviggina, e, da quando partiamo, la pioggia non ci abbandona più. Volevamo visitare il Forillon Park all'estremo Nord della penisola Gaspè, ci siamo passati anche all'interno, ma non abbiamo potuto scendere dall'auto perchè pioveva veramente forte, e d'altronde non si vedeva niente. Peccato, perchè, pur ad una vista così sommaria, doveva essere veramente bello.
Scendiamo fino a Percè lungo la Baia di Gaspè, attraversando ancora zone selvagge e ventose, con i classici paesini dalle casette coloratissime ad un solo piano, massimo due; i tetti spioventi, che sono anch'essi pennellate violente di colore, anche diverso da quello della casa che copre, contro il giallo- grigio uniforme della brughiera. Il paesaggio ha una sua rude bellezza visto anche così, in questo clima umido e nebbioso.
A Percè smette per un poco di piovere: tira un vento freddo e teso, ma decidiamo lo stesso di scendere lungo il mare, che è in un momento di bassa marea, fino al Rocher Percè, una roccia forata abbastanza al largo.
Camminiamo nel vento che odora di alghe e nella nebbia morbida, prima lungo la spiaggia e poi dove fra non molto tornerà a salire il mare: è un ambiente splendido anche così, è così dopotutto il caratteristico paesaggio di questi posti. Camminiamo a lungo, fa freddo ma respiriamo volentieri l'aria salmastra. Troviamo un'agata vicino al Rocher, che ammiriamo girandogli tutto intorno. Ci fermiamo fin troppo, perchè ad un certo punto dobbiamo fuggire velocissimi, e ritorniamo sulla spiaggia giusto mentre l'alta marea sta riportando il mare fino a noi. Ancora poco, ed avremmo dovuto dormire arrampicati sul Rocher Percè con le macchine foto in testa. L'acqua è fredda, grigia ma pulitissima.
Facciamo il punto della situazione. Piove, il tempo è molto brutto e non accenna a migliorare. Contiamo allora di uscire dal Quebec e di entrare nel New Brunswick già stasera. Vedremo. Intanto ha ricominciato a diluviare, sono le ore 16,30.
Proseguiamo lungo la costa del Golfo del S.Lorenzo, sotto un'acqua torrenziale. Peccato, questa costa doveva essere molto bella, ma purtroppo le previsioni danno cattivo tempo ancora per qualche giorno, e quindi non merita fermarci aspettando una schiarita. Continuiamo perciò lungo la 132, lasciamo il Quebec ed entriamo nel New Brunswick all'altezza di Campbelltown. Piove senza rimedio anche qui, la zona non merita una fermata, perciò decidiamo di andare avanti ancora il più possibile, siamo lungo la Route 11, per avvicinarci alla nostra meta di domani, il Parco Kochibouguac, se farà bello.
Diluvia sempre quando stanchi e un pò demoralizzati ci fermiamo a Bathurst per la notte. Per fortuna troviamo subito un hotel, il Keddy's, bello e non costoso, e soprattutto ben riscaldato, asciutto ed illuminato dopo tanta acqua, freddo e un gran numero di strade buie. Siamo stati fortunati, perché cercare un posto sotto questa pioggia, al buio ed in un posto che non conosciamo, non è poi troppo simpatico.
Ai nostri orologi sono le 20, ma nel New Brunswick c'è un'ora in più, per cui effettivamente sono le 21. Bella camera e buona cena, sentiamo per TV il disastro del traghetto in Finlandia e l'attentato ad una personalità messicana, e per noi finisce la giornata.
Giovedì 29.9.94
Partiamo da Bathurst che non piove più, ma è sempre nuvoloso. Speriamo bene! Meta: il parco Kochibouguac, un parco minore, ma non per questo dovrebbe essere meno bello. Pensiamo poi di traghettare per le Prince Edwards Islans.
Ore 9,30: speranze vane: incomincia di nuovo a diluviare. Saltiamo il Parco e dirigiamo sotto l'acqua verso la Nova Scotia sperando di sfuggire alla nuvolona dell'impiegato e della pensionata che sembra gravitare sopra di noi.
E invece no: giù acqua anche in Nova Scotia, dove una lugubre impiegata del primo Visitor Centre che troviamo dopo il confine, ci dichiara che pioverà tutto oggi domani e dopodomani su tutto il territorio. Allora rientriamo velocissimamente nel New Brunswick: diluvio per diluvio, preferiamo tenere fede al l nostro primo progetto, quello di traghettare per la Prince Edward Island, sperando di trovare in quest'isola un tempo un po' migliore. Perlomeno ci piovesse un po' meno!
L'isola fu scoperta nel 1534 da Cartier e battezzata dapprima con il nome di Saint John; presto divenne il rifugio degli Acadiani perseguitati dagli Inglesi. Ma nel 1758, con l'arrivo di questi ultimi, la popolazione di origine francese fu quasi totalmente deportata, e l'isola fu ribattezzata con l'attuale nome. Nel 1864, si riunirono a Charlottetown, la capitale, i rappresentanti delle regioni canadesi per discutere la proposta di formare un'unione indipendente nel Nord America Britannico: tre anni dopo, con la Costituzione del Dominion of Canada, nasceva il Canada.
Traghettiamo, da Bayfield a Burden: e se volevamo ancora un pò di pioggia l'abbiamo trovata: sul continente pioveva già molto forte, ma su queste isole fa davvero sul serio; un vero e proprio diluvio universale attraverso il quale vediamo di sfuggita pascoli idilliaci, verdi prati e colline, tutti lucidi e stillanti acqua. Fa molto freddo, speriamo che questa pioggia non si tramuti in neve, perchè il nostro aeroplano decolla già sulle strade allagate, figuriamoci come slitterebbe su un benchè piccolo strato nevoso. Piove talmente tanto che decidiamo di fermarci prima dei nostri soliti standard, anche perchè, dopo aver visto succedere sotto i nostri occhi un incidente per fortuna non grave, ma che ha coinvolto tre auto, ci rendiamo conto che in condizioni come queste, di scarsissima visibilità e di poca prontezza di frenata da parte del veicolo, guidare ancora si può trasformare in un pericolo reale. La capitale, Charlottetown, non è lontana e decidiamo di fermarci lì per la notte. D'altronde anche oggi abbiamo percorso un bel numero di chilometri, nella speranza di sfuggire alla pioggia, e può bastare così. Facciamo un giro a piedi per la cittadina, che è molto raccolta e non presenta spunti di grande interesse; per cui dopo un paio d'ore dichiariamo quasi conclusa la nostra giornata. Cena, e ritorno all'albergo.
Venerdì 30.9.94
Non piove quasi più, anche se il cielo e coperto ed il clima è molto umido; partiamo avendo scelto di attraversare tutta l'isola per farcene un'idea, e poi decidere sul da farsi. L'impressione di ieri si rivela esatta: dovunque vi sono ameni paesaggi con verdi colline, prati ondulati, alberi che fanno da sfondo ad un panorama da cartolina, pieno di pace e di serena bellezza. Mucche pelosissime, in quanto il pelo folto e lungo le protegge dal freddo intenso, pascolano placidamente. Sarebbe una zona bellissima da percorrere in bicicletta, senza correre, godendo della dolcezza e serenità del paesaggio. Lungo la costa atlantica le spiagge sono lunghissime e deserte.
Il Prince Edward National Park si estende per circa 40 chilometri lungo la costa settentrionale dell'isola, alternando coste alte e frastagliate a scogliere rosse, e litorali sabbiosi protetti da alte dune bianche. Purtroppo però ricomincia presto a piovere, e, temendo il ripetersi del diluvio di ieri, ci affrettiamo verso Wood Island ed il traghetto che ci riporterà in Nova Scotia, a Pictou, sperando che nel frattempo il cielo, almeno in questa regione, sia tornato più sereno.
Arriviamo in anticipo alla partenza del traghetto, per cui facciamo un giro a piedi nel Wood Island Park. Sulla spiaggia, veniamo investiti da un terribile fetore: cosa sarà mai? E' l'enorme carcassa di una balena intera che, deve essere appena stata spiaggiata, probabilmente nella nottata, perchè lì intorno non c'è ancora nessuna autorità, tranne qualche curioso dal naso evidentemente ben corazzato.
Il battello parte alle 10,45 ed impiega 75 minuti per attraversare il Northumberland Strait. Alle 12 circa siamo a Pictou, Nova Scotia, e decidiamo di partire subito per il parco che ci interessa visitare, visto che per fortuna al momento c'è un bel sole. Perciò, un panino veloce e via, verso il Parco di Cap Breton, che raggiungiamo dopo circa tre ore di automobile, percorrendo la route chiamata Cabot Trail. Per fortuna il sole splende sempre, ed entriamo nel parco da Cheticamp, pagando 10 dollari canadesi da veri incompetenti, visto che scopriamo subito che l'entrata al parco è chiusa per la stagione, e l'uscita (lo scopriremo domani) pure.
Perciò, era ingresso libero!
Comunque siamo molto contenti lo stesso, perchè il parco è molto bello, ci stiamo facendo una vera abbuffata di quello che eravamo venuti a cercare, cioè i colori splendidi dell'estate indiana, i laghi e la natura selvaggia ed incontaminata, preservata così com'è.
Camminiamo a lungo raggiungendo anche un piccolo lago al solito azzurrissimo, appena increspato da una leggera brezza, e circondato da folte file di abeti verdi. Qui incontriamo prima un alce femmina e poi il maschio, e ci fermiamo a guardarli stando attenti a non spaventarli.
Giriamo e giriamo nel parco percorrendo ogni sentierino, ammirando ad ogni svolta nuovi particolari della pura e semplice natura in cui siamo completamente immersi, finchè a sera ci sentiamo sazi di colori e di luce, avendolo praticamente percorso tutto,in lungo ed in largo. Riprendiamo la macchina e cerchiamo un posto dove passare la notte. Troviamo un piccolo hotel non caro proprio in mezzo al parco, ma non ci fermiamo lì perchè danno cena solo fino alle 18,30; è una cosa gestita molto familiarmente, visto che in genere i posti che visitiamo noi sono fuori dalle grandi rotte del turismo; e poi intorno, per chilometri e chilometri, non c'è assolutamente nient'altro.
Noi vorremmo invece vedere ancora qualcosa,è troppo presto per fermarci ed inoltre c'è ancora un po' di luce, per cui decidiamo di arrivare almeno fino al mare, l'Oceano Atlantico. Presto arriviamo, e cerchiamo un hotel che troviamo a Cape North Village; sono quasi le venti, perciò scarichiamo i bagagli ed andiamo a cena, perchè in questi posti le 20 sono gli ultimi momenti in cui accettano ancora clienti al ristorante, e difatti appena entrati noi chiudono la porta; d'altronde non è tempo di turisti, questa zona dal grande turismo è anche scartata, lo si vede dai pochi hotel e servizi che ci sono.
Stasera la fortuna ci aiuta ancora come ha fatto durante tutto il giorno mantenendo un tempo bello: mangiamo veramente bene! E' la prima volta da quando siamo partiti, perchè la cucina canadese lascia un pò a desiderare, almeno per i nostri palati abituati ad altro cibo.
Facciamo ancora una bella passeggiata fino al vicino Oceano: fa freddo, ma il cielo è stellato: che meraviglia. Speriamo continui così.
Sabato 1.10.94
E invece, stamattina, atroce delusione: il cielo è nuovamente tutto nero, e, ti pareva, mentre finiamo di fare colazione e siamo pronti a muovere, ricomincia a diluviare, ricacciandoci il morale sotto le scarpe. Ci verrebbe voglia di scappare di volata da tanta pioggia, ma siamo qui e cosa possiamo fare? Per ora fare buon viso a cattivo gioco, poi per il prossimo viaggio sceglieremo il deserto africano.
Andiamo lo stesso, un pò stizziti e delusi, fino a Meat Cove e ritorno. La cosa più deprimente è constatare che stiamo attraversando paesaggi che sono bellissimi, ma che sotto la pioggia così fitta non puoi gustare come meriterebbero. Ci fermiamo ugualmente di tanto in tanto, e ci consoliamo pensando che questo inconveniente è proprio uno dei pochi contro il quale è inutile lottare o arrabbiarsi. Bisogna accettarlo com'è.
Alla fine decidiamo però di tirare via dritti verso altri lidi, lasciamo definitivamente il parco di Cap Breton, e verso le ore 14, ci troviamo a digerci nuovamente verso la Canso Causeway, per andarcene dalla piovosissima isola di Cap Breton. Rientrati in Nova Scotia, troviamo ancora pioggia fino ad Antagonish, dove ci fermiamo per un rapido panino da Mac Donald's. Poi smette un poco, ma è sempre nuvoloso. Facciamo tutto un tiro fino a Truro, dove volevamo vedere la Tidal Bore, ossia un'onda di eccezionale altezza provocata dalla marea che risale il fiume, il Peticondiac: le onde risalgono la corrente e talvolta il livello delle acque sale anche di cinque - sei metri in pochi minuti. Le onde hanno un'altezza che varia da qualche centimetro a più di trenta.
Poi però cambiamo idea e dirigiamo su Halifax, un pò perchè pensiamo che la Tidal Bore in questo punto non ci soddisferebbe molto, un pò perchè è ancora presto, sono le 17,30.
Puntiamo allora su Halifax, sulla costa atlantica, lasciando per un futuro molto prossimo la Baia di Fundy e le sue famosissime maree, le più alte ed impressionanti del mondo.
Sono circa 100 chilometri, tutti sull'higway 102; ma non ci interessa tanto la capitale, quanto la vicina Peggy's Cove, ex tana di bucanieri, ora villaggio di pescatori, e tipico paesaggio della costa atlantica della Nova Scotia. Il paese dista circa 43 km ad ovest da Halifax, sulla strada 333; troviamo un luogo dove dormire poco prima di arrivare alla nostra meta; essendo ormai molto tardi decidiamo di fermarci, anche perchè il posto ci offre una bella stanzetta con una splendida vista sulla St.Marguarets Bay.
Domenica 2.10.94
C'è un bel sole ed un vento freddissimo quando arriviamo a Peggy's Cove, luogo veramente molto bello.
Il paesino, quattro case col tetto colorato di rosso, è stato costruito nel 1811, ha soltanto 50 abitanti, quasi tutti pescatori, ed è disposto in mezzo a massi di granito, formatisi circa 415 milioni di anni fa, che i geologi definiscono "erratici". La roccia levigata,che si trova in tutta la zona del faro è bellissima da esplorare, e noi ne approfittiamo subito. Bisogna fare però molta attenzione, onde molto alte e forti possono arrivare all'improvviso e trascinare gli incauti che si sono avvicinati troppo nel mare gelato, ed allora...ciao!
E' mattino abbastanza presto, l'ora giusta per una visita di questo tipo; girovaghiamo a lungo sulle scogliere, godendo della sferza del vento e della vista del mare agitato poco sotto di noi. Anche qui tutto è selvaggio e colpisce l'immaginazione e la fantasia. Dopo qualche ora, riprendiamo la macchina e costeggiamo lentamente la baia, scoprendo molte altre bellissime insenature.
Poi riprendiamo la strada per Halifax e Truro, per lasciare definitivamente la Nova Scotia uscendo da Amherst, sulla Route Transcanadienne 104. Siamo di nuovo nel New Brunswick, che avevamo lasciato, stravolgendo i nostri progetti, a causa della pioggia violenta; ora il cielo è più sereno, e possiamo dirigerci verso la nostra meta originale, la Baia ed il Parco di Fundy, dalle spettacolari maree.
La strada ci fa passare da Moncton, la seconda città del New Brunswick, dove per un caso ci troviamo a costeggiare la famosa Magnetic Hill, che noi avevamo scartata pensando ad una specie di pagliacciata per turisti. Ma visto che siamo qui.. tanto vale vedere con i nostri occhi cosa succede.
Entriamo e seguiamo le indicazioni: dall'alto della collina bisogna andare con la macchina giù per una strada asfaltata, in discesa, fino ad un punto prestabilito. Poi si deve spegnere il motore, togliere la marcia e togliere il piede dal pedale del freno: con noi a bordo, l'auto viene inesorabilmente trascinata in retromarcia ed abbastanza velocemente in cima alla collina dalla quale siamo appena scesi.
Fenomeno curioso! Osserviamo altre auto che vengono risucchiate verso la cima della colina, poi ce ne andiamo e riprendiamo la Transacanadian 2 fino all'incrocio con la 114 che costeggia la baia di Fundy. Ci fermiamo ad Hillsborough ad un centro di informazioni per saperne di più sugli orari delle maree, ma lo troviamo chiuso; in compenso c'è un bellissimo albero rosso fiamma che attira la nostra attenzione: sembra puro fuoco nel sole.
Proseguiamo per Hopewell, dove ci sono le Flowerpot, formazioni rocciose nel mare, chiamate così poichè l'acqua le ha erose dando loro forme strane di vasi da fiori, che con la bassa marea si possono raggiungere a piedi.
Siamo fortunati: quando arriviamo, leggiamo sui cartelli indicatori che è proprio momento di bassa marea; ora sono le 16,30, l'acqua si è ritirata, e si consiglia di cominciare a scappare alle 19,40.
Così scendiamo ben bassi sulla spiaggia e facciamo chilometri a piedi intorno a queste rocce, che danno il nome al "The Rocks Provincial Park" di Hopewell Cape, punto in cui il fiume Peticodiac incontra le acque dell'Oceano nella Shepody Bay. Questo pezzo di costa è ricco di insenature, grotte e strane formazioni rocciose create dall'erosione delle acque durante l'alta marea.
Non è consentito fare del campeggio qui, anche se sarebbe un posto ideale, perchè anche durante l'alta marea si vedono comunque le formazioni rocciose emergere dall'acqua, in uno scenario naturale molto bello.
Intanto sono le 19 passate, tra non molto ricomincerà l'alta marea, e noi possiamo andarcene; vi sono punti migliori più avanti in cui osservare questo fenomeno, ed ora rischiamo di rimanere senza un tetto ed a pancia vuota. In questa zona, come praticamente in tutto il Canada, tranne che nelle grandi città, le 20 sembrano il termine di ogni attività lavorativa riguardante i viaggiatori.
Essendo la nostra meta il Parco Naturale di Fundy, che visiteremo domani, condizioni meteorologiche permettendo, decidiamo di avvicinarci il più possibile e continuiamo per la 114 fino ad Alma, all'entrata del parco, ed ancora sul mare.
Trovato l'hotel, scarichiamo i bagagli e corriamo al porto, perchè abbiamo scoperto che l'alta marea qui non è ancora arrivata: difatti le barche ed i pescherecci ormeggiati alle bitte giacciono sul fondo, all'asciutto, ed è uno spettacolo curioso vedere questo grande bacino vuoto con i natanti che, come relitti, sono coricati a tanti metri più sotto.
Andiamo a cena e per fortuna che ci sediamo a tavola alle 20 in punto, perchè alle 20,01 mettono il cartello "CLOSED" e con noi dentro, hanno chiuso la porta e chi è rimasto fuori, cinghia, visto che questo era l'unico piccolo ristorante. Cerchiamo comunque di concludere la nostra cena in fretta per andare ad assistere all'arrivo dell'alta marea; torniamo sul porto e vediamo l'acqua che lentamente arriva, si insinua sotto barche e pescherecci, e presto tutti riprendono tranquillamente a raddrizzarsi del tutto e galleggiare, come se niente fosse stato. Sono le 22. Domattina tutto ricomincerà da capo.
Da una marea all'altra passano infatti circa 12 ore e mezzo, quindi circa due volte il giorno si ha questo fenomeno, che ad est della Baia di Fundy raggiunge dislivelli di circa 10 - 15 metri; per questo sono considerate le maree più alte del mondo. Il continuo alzarsi ed innalzarsi delle acque condiziona la vita in questa baia, gli orari per le partenze di imbarcazioni e pescherecci, e muta l'aspetto delle spiagge.
Lunedì 3.10.94
Sveglia ore 7 e di corsa a vedere l'alta marea che dovrebbe di nuovo arrivare al porto; poco dopo infatti eccola; non si presenta molto alta ma più tumultuosa di ieri sera.
Dopo colazione ci addentriamo nel "Fundy National Park."
Si stende sulla Baia di Fundy, e comprende circa 80 chilometri di sentieri che si possono percorrere a piedi e moltissime strade sterrate; vi sono molti animali in completa libertà e superprotetti. E' possibile campeggiare. Lungo la costa, con la bassa marea, si possono ammirare formazioni di arenaria.
E' bello, ma non so perchè, ci delude un pò, tanto che decidiamo di visitarlo più superficialmente di quello che avevamo pensato. Forse è tutto un pò troppo perfetto, pulito, ben organizzato, non selvaggio come quelli visti in precedenza. Questo, insieme a quello di Banff, è il più famoso parco Canadese.
Verso l'una lo lasciamo e proseguendo per la Fundy Shore, arriviamo a Saint John, sempre nella baia di Fundy. Parcheggiamo e visitiamo il centro storico.
La cittadina vanta un passato glorioso: conosciuta come "The loyalist City" è la più antica del paese, così come il suo Museo. Questa zona era abitata dagli Indiani Maliseet quando arrivarono Inglesi e Francesi, attirati dal commercio di pellicce. Samuel de Champlain sbarcò qui nel 1604, e subito diede inizio alla costruzione di un forte. La località venne a lungo contesa fra francesi ed inglesi e venne infine ceduta a questi ultimi, con il trattato di Parigi del 1763. Vent'anni dopo, circa 3000 Inglesi fedeli alla corona, che fuggivano dalla rivoluzione americana, i cosiddetti lealisti, vennero a stabilirsi qui, e da allora cominciò la costruzione dell'attuale città di St. John, che fu riconosciuta ufficialmente nel 1785.
Il centro storico è piccolo ma molto carino. Lo visitiamo con calma da cima a fondo, incoraggiati da un bel sole. Curiosità: in King Square, piccolo parco molto grazioso, viene riprodotta la forma della bandiera inglese (Union Jack), con i sentieri disegnati al suo interno. Ad est della piazza, vi è il cimitero lealista con tombe risalenti al 1784.
Rimaniamo qui fino verso le 17,30; poi, prima di decidere di andarcene, andiamo al Visitor Centre a chiedere informazioni sulla zona tra S.John ed il confine con gli Stati Uniti. La signorina interpellata ci consiglia un percorso lungo la costa che si rivelerà in effetti molto bello. Proseguendo lentamente lungo la costa arriviamo in un bel paesino sul mare, St. Andrews On the Sea, dove troviamo un piccolo motel molto grazioso, con le camere in legno, a schiera, col bosco ed i suoi colori fuori dalla finestra posteriore, ed il mare davanti.
A cena presto in un ristorantino del piccolo centro, ed a nanna.
Questo è stato il nostro ultimo giorno in Canada.
Martedì 4.10.94
Passiamo la frontiera Canada - Usa ore 9,42 ora locale (indietro di un'ora rispetto al New Brunswick) dopo aver dato fondo agli ultimi dollari canadesi al duty free che troviamo prima del confine, il cui impiegato ci consegna la merce quando siamo proprio sulla linea di frontiera con gli Stati Uniti.
Imbocchiamo subito la Higway 1 che arriva dal confine nord del Canada e continua lungo tutta la Costa Atlantica attraversando tutti gli Stati Uniti fino all'estremità delle Keys, a Key West, in Florida, dove termina, e dove si trova la scritta: 1 END.
Ci fermiamo nello sperduto paesino di Machias dove abbiamo visto un Ufficio Informazioni per la riconferma dei voli del ritorno in Italia, a cui purtroppo mancano pochi giorni. Una deliziosa vecchietta ci pensa e ci ripensa, sfoglia cartine e carte varie, ci sfodera mille sorrisi, ma alla fine comprendiamo che ci invita ad andare ad un paese molto più avanti, per fortuna sulla nostra strada, dove c'è un Travel Office, e ci spedisce via con tanti auguri.
Raggiungiamo il posto, troviamo l'agenzia in cui spieghiamo cosa desidereremmo e una gentilissima signorina telefona alla nostra compagnia aerea, la Swiss Air, e poco dopo ci comunica la riconferma dei nostri voli da Boston a Torino.
Tranquillizzati, ritorniamo al nostro viaggio. Prima meta: l'Acadia National Park. Da adesso in poi, le nostre decisioni, tranne l'ultima tappa, Boston, saranno tutte nuove di zecca e non da programma, come del resto è già un pò di giorni che facciamo: se non trovavamo tutta quella pioggia che ci ha indotto a fare delle diversioni, dei cambi veloci di destinazione all'ultimo momento, avevamo programmato, in linea di massima, tempi diversi, che forse non ci avrebbero consentito, avendo passato più tempo in Canada, di visitare il Maine.
Così ci inoltriamo nell'Acadia National Park, sulla frastagliatissima costa del Maine, verso le ore 14, e per fortuna qui splende un bel sole. Ci piace molto e praticamente riusciamo a vederlo abbastanza bene tutto, con frequentissime soste e camminate, prima del tramonto, che ci trova su Cadillac Hill, la montagna di 478 metri che domina la Frenchman Bay.
Si trova nella Mount Desert Island; è una cima in puro granito, quasi sempre molto ventosa, che offre uno spettacolo straordinario, da qualunque punto si guardi, di isole ed isolotti disseminati in tutta la baia che disegnano una mappa naturale nel mare, formando passaggi obbligati per le navi.
Ci fermiamo a lungo qui perché la vista del bellissimo tramonto che si scioglie in splendidi colori dietro i profili delle isole più lontane ci tiene ancorati lì, su quella cima spazzata dal vento. Ed è soltanto quando il sole scompare in una gloria di rosso ed oro, l'aria si scurisce e cominciano a comparire nel cielo pallido le prime stelle, che scendiamo dalla collina dirigendoci verso Bar Harbor, ma i "NO VACANCY" che troviamo sui motel ci inducono a cercare un motel sulla strada che entra nella baia.
Siamo entrati in un circuito turistico che non conosce stagioni morte.
Troviamo comunque un discreto posticino ed andiamo a cena in un bel localino, dove Gianni trova una meritatissima "lobster" che in modo molto caratteristico gli servono con vari attrezzi aprichele, bacinella in tinta, tovagliolo grande in plastica con il disegno dell'aragosta sopra.
Buona cena per tutti e due, poi giro a Bar Harbor, cittadina ricca ed elegante, con tutti i locali aperti fino a più tardi.
Rientro in hotel e fine della giornata che oggi è stata piena e soddisfacente.
Mercoledì 5.10.94
Partiamo avendo per meta la costa del Maine, e meta finale Portland, od un pò più in là. Vedremo.
Dopo colazione ci fermiamo in uno State Park che comprende Fort Knox, grande fortezza in granito che domina una strozzatura del Penobscot River, e che visitiamo.
Poi proseguiamo con varie fermate lungo la costa, che però non risultano per noi soddisfacenti: ci aspettavamo scogliere alte e frastagliate, invece la costa è bella, sì, ma piatta, e noi restiamo delusi.
Per di più, le strade sono piccole, affollatissime, e noi che veniamo dalla relativa solitudine canadese le troviamo soffocanti. Il limite di velocità è di 35 miglia; è giusto, per carità, ma non si va proprio avanti; ancora, incontriamo una coda terribile che poi risulterà essere prodotta da un incidente. Un'auto ne ha tamponato un'altra che ha preso fuoco. Quando arrriviamo noi le stanno ancora portando via col carro attrezzi.
Finalmente ripartiamo un pò più veloci, ma ormai sono le 17. Volevamo arrivare fino a Boston già di stasera, per dedicare più tempo possibile a questa città, ma ormai non conviene. Arriveremmo col buio, con poco tempo a disposizione per cercare ricovero e vitto in una città per ora sconosciuta. Così decidiamo di fermarci a Wells, uno degli ultimi paesini sulla costa del Maine. E' ancora abbastanza presto, così, dopo aver scaricato i bagagli, decidiamo di fare una bella passeggiata lungo la spiaggia. Per arrivarci, abbiamo dovuto percorrere una stradina secondaria, e ci siamo visti attraversare la strada, nel folto degli alberi, da bellissimi cerbiatti dagli occhi grandi e dolci.
A cena, due belle aragoste per Gianni (visto il prezzo più che ragionevole!).
Rientrati in hotel, rifacciamo le valigie, dato che domani sarà l'ultimo giorno che le useremo; poi a nanna.
Giovedì 6.10.94
Prima di partire per Boston siamo ritornati a fotografare la spiaggia vista ieri sera e siamo stati seguiti da una macchina della polizia che quatta quatta è venuta sulla nostra scia fino alla meta, poi ci ha abbandonato al nostro destino. Chissà cosa volevano!
Colazione, poi definitiva partenza per Boston, dove si chiude il nostro giro.
Arriviamo a Boston di prima mattina ancora. Che caos girare per una città così grande in auto! A prima vista Boston è bellissima, ma Gianni deve fare miracoli per destreggiarsi con il nostro aereo nel traffico e nei sensi unici che sono una vera maledizione. Finalmente, dopo molti accidenti e giravolte, facciamo base in un hotel dal prezzo ragionevole, praticamente in centro, ma senza parcheggio proprio. Scarichiamo i bagagli, poi partiamo alla ricerca di un parcheggio in cui abbandonare la macchina fino all'indomani. Dove è possibile, preferiamo infatti girare a piedi, si finisce per conoscere molto meglio una città. Finalmente troviamo, rientriamo in albergo per una rapida rinfrescata e ripartiamo alla scoperta di Boston.
Boston è una città costruita a misura d'uomo, armonica e deliziosa, con chilometri di parchi verdi al suo interno, noti come "Emerald Necklace" o "collana di smeraldi." Forse il più frequentato, nel centro storico, è il Boston Common,che è anche il più antico degli USA, esistendo dal 1634 , dove i primi bostoniani portavano a pascolare mucche e cavalli. Ora vi è gente che legge, corre, gioca a footbal, fa volare gli aquiloni, semplicemente si rilassa.Di fronte all'entrata del Parco vi è la State House, con una bella cupola dorata. E' stata costruita nel 1795 : di qui partiamo per il nostro giro, seguendo il " Freedom Trail", che tramite segnalazioni dipinte sui marciapiedi, ci conduce a vistare le parti più importanti e degne di interesse del centro storico. Bellissima Beacon Hill, dove si trovano le antiche abitazioni che sono l'orgoglio delle prime famiglie della città, con i loro battenti in rame, le vecchie rimesse per le carrozze, ed i giardini interni, raccolti e ben curati. Camminiamo ancora fino a North End, dalle anguste strade di mattoni rosse, vivacissima comunità italo-americana, dove si trovano la Paul Revere'sHouse, che ha ospitato dal 1770 il leggendario ed omonimo eroe della rivoluzione, e la Old North Church,, costruita nel 1723. Altro posto che ci colpisce è il Faneuil Hall Market Place,, tre grandi edifici che ospitano dal 1826, un allegro e multicolore mercato in cui oggi, tra bostoniani e turisti, circolano più di un milione di persone al mese, attratte, oltre che dai banchi, anche dai suoi ristorantini e dai suoi negozi eleganti. Arriviamo poi sul porto, il Waterfront, dove assaporiamo i colori di uno splendido tramonto che si spegne sulla città. Boston è veramente bellissima, dà l'impressione di un prezioso gioiello luccicate e pieno di calore, in quanto è affascinante in ogni momento del giorno. Pian piano ritorniamo, sempre a piedi, verso il nostro hotel; prima di ritirarci ceniamo, e poi ci aspetta una bella dormita!
Venerdì 7.10.94
Ultimo giorno americano, ahi noi. Le valigie sono già pronte, andiamo a recuperare l'aereo e paghiamo una cifra folle per il parcheggio. Carichiamo le valigie ed andiamo a cercare un altro parcheggio più in centro per dedicare a Boston ancora questa giornata prima della partenza. Facciamo a piedi un altro bel giro per la città, scoprendo altre vie, altri negozi, altri angolini sconosciuti; poi torniamo al Boston Common, il nostro bel parco in centro città pieno di vivaci scoiattolini belli grassi che ci fanno un sacco di feste quando scoprono quante noccioline americane abbiamo! Le avevo comprate all'inizio del viaggio pensando ai loro fratellini canadesi, ma questi erano troppo diffidenti e paurosi e scappavano subito, e difatti, a differenza dei fratelli cittadini, sono piccoli e magri, coi codini diritti come puntaspilli. Poi dopopranzo ci riprendiamo la nostra Town Car ed andiamo a vedere la zona delle università, Cambridge, specialmente Harward, l'università più prestigiosa d' America : ordinatissimi giardini, e tanto verde anche qui, che circonda i campus tranquilli e puliti.
Tornando indietro, ci fermiamo lungo le rive del Charles River, che taglia parte della città; molti giovani stanno godendosi il sole sdraiati sul verde dei giardini lungo le sue sponde , molte vele lo percorrono. E' una giornata calda di sole, brillante di luce.
Al rientro in città, troviamo un traffico intenso perchè è venerdì, e c'è l'uscita dall'ufficio e dalla città dei pendolari, e di chi va fuori Boston City per i suoi motivi. Tra questi ci siamo noi, che dobbiamo andare al Logan Airport, dove dobbiamo arrivare entro le 18 per riportare la nostra amatissima automobile alla Hertz. Ce ne separeremo con dispiacere, perchè ci ha servito fedelmente senza darci mai una grana nonostante il fatto che noi l'abbiamo strapazzata senza misericordia per i nostri desideri, pur trattandola con molta attenzione. Siamo un pochino in anticipo, e per fortuna, perchè c'incanaliamo in una coda terribile; ma siamo abbastanza tranquilli perchè le indicazioni per l'aeroporto, una volta tanto, sono chiare e numerose.
Però abbiamo ben presente in mente una cosa: mai più girare in auto (e che auto, è lunga un chilometro, Gianni è stato veramente un drago a saperla condurre) in una città grossa: sono così comodi i mezzi pubblici!
Piuttosto, alla fine del viaggio, la si riconsegna prima, cosi si paga anche meno, ci si fa riportare all'hotel da un taxi, e poi si gira tranquillamente a piedi, come a noi piace tanto fare. Intanto giova alla salute, poi si conosce meglio e più da vicino una città, poi si risparmia di grosso sui prezzi dei parcheggi, che qui sono veramente cari.
Alle 17,30 siamo alla Hertz, ci separiamo definitivamente dalla nostra auto: con lei abbiamo percorso, da Boston a Boston, 5126 miglia, pari a 8201,6 Km.; ossia 256,3 miglia al giorno, pari a 410,6 chilometri al giorno.
Prendiamo lo shuttle per l'aeroporto: noi ce la ridiamo, ormai non abbiamo più da guidare; chi non ride è invece l'autista dello shuttle che deve poi tornare alla Hertz, e viene avvertito per radio che ci sono circa sette miglia di traffico caotico tra l'aeroporto e Boston.
Al Logan Airport riusciamo a fare subito check-in liberandoci così delle valigie, nonostante siano da poco passate le 18,30 e l'aereo parta alle 22,20.
Ma gli svizzeri sono precisi, si sa. Tranne che a partire in orario, visto che il nostro volo avrà circa venti minuti di ritardo. Con il solo bagaglio a mano usciamo nuovamente dall'aeroporto per andare a goderci un altro bellissimo tramonto su Boston, dato che il Logan si trova proprio di fronte alla città.
Vediamo le luci accendersi, mentre il chiarore del sole si attenua sempre di più... poi quando il buio è completo, respiriamo ancora la fresca aria della notte americana, prima di rientrare definitivamente in aeroporto. Tra poco, ormai, il nostro volo verrà annunciato e l'aereo decollerà.... Ciao Boston, ciao America! Fino alla prossima volta. A presto!