ASIA

PICCOLO TIBET
IL FASCINO E LE BELLEZZE DI UNA TERRA ISOLATA
"Persone semplici, abituate all'essenziale, spontaneamente ci hanno accolto"

Saliamo sull'aereo che da New Delhi ci porterà a Leh, la capitale del Ladakh. Viaggiamo in incognito, con nome e nazionalità falsa: non trovando un biglieto regolare, abbiamo preso il posto lasciato libero da due francesi che all'ultimo momento non sono potuti partire. Nessuno lo deve sapere perchè la sostituzione "ufficiale" prevederebbe di seguire la lista d'attesa e le prenotazioni delle agenzie turistiche.
Abbiamo ormai imparato dai viaggi precedenti come ci si può arrangiare: gironzolare in aereoporto senza fretta nè stress, chiacchierare un pò con tutti, bere un the, tenere le orecchie aperte per cogliere, con un pò di fortuna, l'occasione buona al momento giusto.
Questo volo aereo è tra i più spettacolari del mondo, straordinariamente suggestivo e si effettua solo se le condizioni atmosferiche lo permettono. Sorvoliamo la Catena Himalayana sopra le cime innevate della alte vette del "tetto del mondo"; l'emozione sale alla gola: cime possenti, incappuciate da nubi da cui filtrano i raggi del sole, ombre paurose e ghiacciai splendenti e profonde valli incassate. Quando inizia l'atteraggio mi tengo stretta alla cintura di sicurezza: sfioriamo le montagne, abbassandoci nella valle de Leh, non si vede la pista ma il corridoio stretto tra le pareti di roccia, l'aereo si inclina....... e siamo a terra.
Quando scendiamo sentiamo entrare nei polmoni l'aria rarefatta dei 3600 metri di altitudine, proviamo una strana sensazione di stanchezza e stordimento per lo sbalzo di quota, la luce è abbagliante, i contorni delle montagne limpidi.
Sono felice, inizierà qui la nostra vacanza. dal Ladakh.
Il Ladakh, oggi parte dello stato indiano del Kashmir, è altopiano che si estende a nord dell'Himalaya ed è geograficamente localizzato in Tibet. Il Kashmir è al centro di conflitti indipendentistici, conteso da India e Pakistan; anche il confine cinese è in equilibrio precario, nel 1962 i Cinesi tentarono di invadere il Ladakh e furono respinti dall'esercito indiano. In Ladakh si sono stanziati i profughi dal Tibet, accolti benevolmente dalla popolazione che è di cultura e religione tibetana.
La valle è cosparsa da una miriade di monasteri buddisti, sperduti nel silenzio dei contrafforti montuosi, arroccati su altissime vette, aggrappati a pareti che scendono a picco. In ognuni di essi vivono piccole comunità di monaci che ci accolgono cordialmente, ci accompagnano nella visita, ci fanno sedere nei luoghi di preghiera ed assistere alla funzioni, ci mostrano orgogliosi gli oggetti più antichi e preziosi.
L'esercito ha costruito le vertiginose strade del Ladakh, che si inerpicano a strapiombo su burroni e precipizi, ad altitudini impensabili e scavalcano passi che si raggiungono con tornanti che sembrano non finire mai, come il Tagland-la quota a 5328. Evito di guardare la strada e mi concentro sul paesaggio arido, lunare, desolato, macchiato qua e là dalla brillanti chiazze di verde dei campi coltivati vicino ai villaggi che sembrano usciti da un libro di favole.
A Upshi lasciamo la strada principale e imbocchiamo la stretta, polverosa rotabile non asfaltata che ci porterà in Chang-Thang, una zona sperduta e isolata lungo il confine cinese. Si aprono davanti a noi spazi grandiosi, che non avrei potuto immaginare, panorami crudi e aspri, gole profonde, ghiacciai. Seguiamo per ore il corso del fiume Indo; non c'è vegetazione siamo ad una altitudine media di 4200 mt. Le montagne hanno colori stupefacenti in netto contrasto oppure tenui e sfumati, a seconda della composizione della roccia: rosa, viola, grigio, nero, ocra.....Superiamo un passo, ci fermiamo; senza parole ci stringiamo la mano: il panorama è magnifico, il tempo si ferma immobile, mi sento sperduta nello spazio, ho sentito la sensazione di essere finita in un altro mondo.
Attorno a due case bianche, laggiù nel fondovalle, pascolano nel verde dei prati gli yak, scorrono rivoli d'acqua luminosi, risplendenti al sole, le pareti delle montagne si rincorrono verso le profondità senza fine della valle, il cielo è  terso, ancora più blu, tutto tace.
La strada si incassa ancor più fra le montagne; arriviamo ad un posto di blocco, ci sono i militari, siamo ormai nella zona vietata ai turisti sotto controllo dell'esercito a 30 km. circa dal confine cinese. Vogliono i passaporti, diamo spiegazioni, ci registriamo e ci lasciano proseguire ma solo fino al monastero di Mahe.
I monaci ci vengono incontro, ci offrono il the col burro e sale, i più giovani vorrebbero parlarci, ci toccano, ci guardano, ci attorniano incuriositi.
Non c'è nulla che appartenga alla nostra civiltà, al nostro mondo: nulla di tutto ciò che noi crediamo semplifichi la vita. Ci informano che a circa tre ore di cammino c'è un piccolo monastero tenuto da due monache. Partiamo con poche cose nello zaino, percorriamo il sentiero pietroso, siamo soli, sperduti nell'immensità, il nostro respiro è affanoso per la quota, il sole brucia sulla pelle, il vento fa eco tra le cime. Appare in lontananza, mimetizzata nella roccia su una costruzione, una poverissima ed essenziale casetta di pietra e fango circondata da un muretto, in basso un campo coltivato ad orzo.
Ci accolgono le due monache dall'età incomprensibile, il viso segnato dal vento e dal sole, solcato dalle rughe; il loro abito è una tunica stracciata color porpora, sorridono, sono ospitali e serene, lo sguardo è intenso, ci parliamo con il linguaggio dei segni.
Ognuna ha la sua cella, ognuna la sua cucina: vivono separatamente a chilometri di distanza da una città, da una comunità di persone, lontane da ogni forma di comodità: hanno una pentola sul focolare alimentato da sterco secco, bevono l'acqua  della piccola sorgente ed il latte delle capre, cucinano l'orzo del campo.
Una vita così, quassù, estate e inverno, giorno e notte, le ore scandite dal sibilo del vento. dalle ombre delle montagne, dal fruscio delle bandierine di preghiera. Ci accompagnano nel monastero, una stanza quasi buia, il sole filtra da una piccola finestra alta, dal soffitto pendono i paramenti sacri, le stoffe colorate e dipinte, c'è una lunga panca bassa di legno, addobbata, di fronte alla quale, per terra, si siedono. Noi vicino a loro, appoggiati alla parete di fianco. Intonano una lenta, ripetuta litania, sgranano una specie di rosario. Mi sento sospesa nel vuoto, sul viso di Livio scorrono lacrime di emozione. Non so quanto tempo è trascorso, non ho avuto pensieri, non ho avuto ansia o paura, sono rimasta sospesa al di sopra del mondo tangibile, in un'altra dimensione. Ancora adesso, mentre cerco di descrivere quel sentire, mi rendo conto di non aver parole e l'emozione ritorna da lontano.
Sulla via del ritorno ci dividiamo. Io sono stanca e voglio tornare a Mahe, Livio vuole ancora camminar nella valle, sulle dorsali più basse. Giungo al monastero e mi distendo nel sacco a pelo, dormo. Mi sveglia Livio, ha scoperto un punto panoramico non troppo distante, vuole portarmi lassù. Guardo l'ora, sono le 17.30, mi alzo piano, sento nel corpo la fatica indotta dall'altitudine. Mi incammino lentamente, dietro di lui, lungo il costone friabile della montagna, respirando a fatica. Dopo poco  più di un'ora siamo sulla cima. si sediamo tra le bandierine tese da un capo all'altro delle creste. (continua)
 


SULLA ROTTA DI MARCO POLO PERCORRENDO LA VIA DELLA SETA
Sette camper approdano a :    S a m a r c a n d a 

Samarcanda, un nome magico, una città resa famosa da poeti e scrittori tanto da farla diventare un mito, un luogo immortale pieno di fascino, di leggende, di mistero e magia. 
Prima della partenza per questa meta gli amici mi chiedevano se andavo nella Samarcanda titolo della famosa canzone di Vecchioni;  “ si ”  rispondevo, proprio quella Samarcanda. 
Al ritmo della briosa e ritmica canzone: “Corri cavallo, corri ti prego, fino a Samarcanda..”  il nostro gruppo formato da sette camper partiva, a fine luglio 97, per questa affascinante e lontana terra situata in Uzbekistan, repubblica indipendente staccatasi dall’ URSS nel 1991. 
Percorriamo le strade della Grecia  che si snodano in un paesaggio di saliscendi  tra terra e cielo, tra uomini e gli dei di Omero  che dall’alto forse ci osservano  sorpresi dal nostro esuberante entusiasmo. 
Mentre guido il mio pensiero vaga per conto suo, cerca di ricordare quanto letto su queste antiche terre dell’ Asia centrale fatte di steppe, di deserti, di montagne dove per secoli visse una popolazione di nomadi.

Samarcanda sorse all’incirca nel V  secolo a. C. e già nel 329 subì una grande sconfitta da parte di Alessandro Magno. Il progetto di questo grande conquistatore di unire l’Europa all’Asia crollò con la sua morte  avvenuta a soli 33 anni.
Prese il potere  il suo generale Seleuco la cui dinastia regnò per tre secoli, poi varie dominazioni si alternarono in questo tormentato territorio sino alla conquista dell’islam, ed è proprio sotto gli arabi che Samarcanda conobbe una grande prosperità.

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SULLE  ORME DI MOSE’
In camper nel cuore dell’oriente attraverso Siria, Giordania, Sinai

Mi dirigo verso il camper parcheggiato davanti a casa mia. Il tramonto ha acceso di tonalità delicate e rossicce la cerchia delle montagne all’orizzonte. La mia impazienza e la mia irrequietezza di viaggiare si attenuano: si parte. 
La nostra carovana è composta da due camper, quattro persone che hanno in comune la passione per le lunghe galoppate in medio oriente.
Ci imbarchiamo a Bari, attraversiamo in una giornata la Grecia,  continuiamo velocemente il viaggio attraverso la Turchia. Passiamo per Istanbul, Ankara raggiungiamo in altri due giorni la Frontiera Siriana, dove colti dal buio ci fermiamo a sostare.
Il canto del gallo, l’invocazione sbiadita del Muezzin, i primi rumori ci svegliano in un’alba meravigliosa. 
Riprendiamo la marcia sotto la tenue luce del sole che illumina un’infinita pianura ora brulla ora verdeggiante.  Passiamo davanti a modeste ed isolate casette, entriamo in piccoli villaggi, incontriamo pastori e persone che lavorano nei campi, tutti, concedendosi una pausa, ci salutano con un cenno della mano. 
Giungiamo sull’altopiano che domina la vallata del fiume Afrim dove sorge il complesso paleocristiano eretto in memoria di S. Simeone.
Questo monaco, attratto dall’ascetismo, visse in totale isolamento in una cella costruita su una colonna alta 15 metri. La sua fama dovuta il suo stile di vita duro ed austero si diffuse tra i cristiani d’oriente e così arrivarono sotto la colonna i primi pellegrini. Alcuni lo chiamavano “il matto” altri “il santo” . Ma, matto o santo Simeone continuò a vivere, a pregare, a predicare sulla colonna senza mai scendere sino alla morte avvenuta nell’anno 459.
Proseguiamo per Aleppo, una delle città più antiche del mondo infatti viene citata nell’anno 1780 a.C. Dopo la visita della città quando il sole riprende a martellarci con i suoi implacabili ed infuocati raggi ed il caldo comincia a farsi sentire, entriamo nel “Suk” dove nei suoi dedali di stradine coperte si estende l’enorme e variopinto mercato. Qui la luce penetra solo attraverso le poche finestre aperte nel centro della volta creando un’atmosfera affascinante e misteriosa. Ci addentriamo in questo luogo pieno di negozietti, di merci varie, di stoffe dai colori sgargianti e violenti,  di odori, di animate concitazioni, di figure femminili che completamente coperte scivolano via silenziose. Ci facciamo coinvolgere nelle contrattazioni e come sempre ne usciamo sconfitti portandoci dietro degli acquisti che diversamente non avremmo mai comprato e che non useremo mai...........(continua)

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