AMERICA MERIDIONALE

Le meravigliose Ande (2003)

 Quello che si racconta non è mai solo quello che si è vissuto: si racconta il tracciato dell’anima, quello che una determinata esperienza  ha lasciato dentro di noi. Di un viaggio non sono solamente i paesaggi più o meno maestosi, o le avventure più o meno fortunate, a segnare il nostro ricordo, ma sono i sentimenti e le emozioni, i pensieri che sono  diventati consapevolezze.

Sono seduta su un masso, sul bordo della morena a 5000 mt sopra il Rifugio Perù. La morena è quella  che conclude il cerchio dei ghiacciai che scendono seraccati e spumosi dalle bianche cime del Huandoy (6395…), del Pisco (5752), un po’ più in là la cima del Chacraraju (6112). Lassù su quella morena sono stata felice e ho pensato che  la  felicità sta nel condividere ciò che si ha, nell’amare tutto ciò che ci circonda e nel sentirsi particella tra le particelle. Io, legata indissolubilmente a tutto ciò che esiste.

Con me c’era Jaime: lui mi stava raccontando la sua “fortuna” . Oggi Jaime è un aspirante guida andina, sta costruendo il suo futuro, è pieno di speranze e aspettative, ha 24 anni.  Jaime è orfano; fratelli e sorelle non sarebbero stati in grado di aiutarlo, avrebbe avuto un destino molto triste di campesinos povero e senza istruzione. La sua fortuna -mi dice- è stata quella di essere entrato nella Escuela de Alta Montaña, don Bosco, a Marcarà.

Marcarà è un villaggio ai piedi della Cordillera; nel 1999, grazie all’Operazione Mato Grosso e all’impegno di tante persone e volontari, iniziò un corso di tre anni per future guide andine; vi parteciparono ragazzi poveri, dotati per la montagna, che hanno ricevuto gratuitamente istruzione, vitto, alloggio ed equipaggiamento. Oggi alcuni hanno già superato l’esame per diventare guide Uiagm, altri lo diventeranno tra poco. Il corso è una parte di un vasto progetto di solidarietà che ha visto la realizzazione di tre rifugi: il Perù, l’Ishinca, e  il Huascaran,  nei pressi dei rispettivi campi base. Migliaia di ragazzi volontari degli oratori italiani e peruviani hanno unito le loro forze partecipando ai campi di lavoro, raccogliendo finanziamenti e facendo lavori il cui ricavato veniva e viene destinato all’Omg.  Poi è iniziata la costruzione dei rifugi. L’abitudine al lavoro durissimo dei giovani campesinos ha reso possibile quello che sembrava impossibile: una catena umana che dalla Valle ha trasportato il materiale in quota e ha permesso la realizzazione dei rifugi:  rifugi belli, comodi, attrezzati, con i pannelli solari, l’acqua calda nei servizi igienici, i letti a castello puliti e confortevoli. Un’opera ciclopica se paragonata alle forze in campo, un’opera che spiega anche la storia di questa povera gente abituata da secoli di dura dominazione al lavoro e allo sfruttamento disumano e la loro abitudine millenaria alla fatica e all’altitudine: questi rifugi sono stati costruiti senza il supporto di un solo trasporto in elicottero, sono situati oltre i 4300 mt di altitudine, la gestione è stata data ai giovani riuniti in cooperativa. Tutti i proventi ricavati dalla gestione sono destinati alle famiglie povere della zona. I rifugi sono oggi utilizzati dalle spedizioni alpinistiche, ma non solo. I giovani di Marcarà, collaborando con Franco Michieli e Gabriele Bigoni, hanno ripulito i vecchi sentieri, li hanno segnalati con ometti di pietre e hanno “costruito” il  trekking che noi abbiamo percorso in “anteprima”, come primi turisti-escursionisti.  E’ un trekking di 12 giorni che attraversa la Cordillera in senso longitudinale, un itinerario avventuroso che non richiede capacità alpinistiche, ma richiede un buon allenamento ed acclimatamento alla quota.

Jaime parlava sottovoce e timidamente del suo passato; io percepivo nella sua voce tanta speranza e tanta umiltà e quelle parole di ringraziamento per noi, “turisti” che gli davamo “una possibilità di lavoro e guadagno” mi parevano fuori luogo: io ero lì davanti a quelle montagne meravigliose anche grazie a lui. Sentivo l’importanza dell’aver costruito il viaggio mio e dei compagni sulla base di un’esperienza di solidarietà concreta e percepivo che il mio camminare tra quelle valli, lungo quei crinali, su quei sentieri ancora un po’ incerti e non sempre perfettamente tracciati, era qualcosa di più che un bel trekking in montagna, era un’esperienza umana e di partecipazione ad un progetto di riscatto.

Siamo in tanti oggi a cominciare a pensare che l’ingiustizia di questo mondo,  che vede da una parte la stra-ricchezza e dall’altra la povertà assoluta, non può continuare. Siamo in tanti ad aver voglia di incominciare a fare qualcosa: si può cominciare anche così, andando a fare il ”turista” sui sentieri delle Ande coi ragazzi di Marcarà, invece che con le Agenzie di Huaraz.  Sono alpinisticamente preparati, disponibili e pazienti, allegri ed entusiasti  e hanno il desiderio di  imparare cose nuove. Prima eravamo saliti nella Valle dell´Ishinca e pernottato al rifugio (4350 m), poi ridiscesi per la stessa vallata , abbiamo visitato le antiche rovine di Honcopampa  che risalgono al 959 d.c. La vallata dell´Ishinca é una vallata spettacolare con al fondo i nevai del Tocclaraju, Palcarju, Ishinca e Urus. Ë' una vallata utilizzata da parecchie spedizioni per l´acclimatamento per poi tentare montagne più impegnative come il Huascaran, l’Alpamayo, il Chopicalqui e il temibile Chacraraju

Il nostro trekking è iniziato a Copa Chico. Il taxi arriva fino a questo minuscolo paese ai piedi del Nevado Copa (6188 m), percorrendo una strada sterrata tutta buchi e sassi; guardavamo  i costoni delle ripide montagne, una geometria di terreni coltivati: quinoa, patate, manioca;  le donne con le ampie gonne colorate sedute sulle pietre, col fuso in mano, la lana da cardare e le pecore da custodire; gli uomini a spingere gli aratri di legno e a guidare i buoi. Una vita durissima di lavoro faticoso e un ricavo magro, utile appena a sopravvivere. Del percorso da Copa Chico al campo base del Nevado Hualcan ricordo il profumo intenso degli alberi di eucaliptus, boschetti odorosi che intervallano i campi. E’ l’unico albero che cresce in questo clima e a queste quote, e il suo legno non può essere ampiamente utilizzato, perché è molto duro ma deteriorabile.

La seconda tappa ci ha portati a Huaypan. Abbiamo conosciuto le ragazze della Missione, ci hanno lasciato i loro letti a castello per la notte. Noi abbiamo comperato le maglie e i tappeti del loro piccolo laboratorio. Erano in partenza: accompagnate da Padre Topio e altri alpinisti italiani, nei giorni successivi avrebbero scalato il Nevado Pisco. Erano sulla camionetta, allegre, con le gonne colorate e le calzamaglie (non usano arrivare ai 5700 mt di quota coi pantaloni!!!)i sandaletti di gomma e i piedi nudi, una giaccavento  sul maglione “casalingo”, i ramponi legati sullo zaino insieme con gli scarponi…una cordata di ragazze, legate in cordata e con la gonna, sul ghiacciaio …Immagini di un mondo troppo lontano dalle nostre sofisticate necessità e le “loro”  montagne: riverite e non calpestate come fanno i nostri collezionisti di cime, arroganti e superficiali, ma amate con la semplicità di chi è abituato a fare grandi cose senza alcuno scalpore, e a vivere il proprio ambiente con naturalezza e rispetto.

Al Rifugio Huascaran, il giorno successivo, ci accolgono i ragazzi che lo gestiscono: siamo gli unici ospiti, ai primi di luglio non sono ancora arrivati i turisti europei. Hanno una chitarra e cantiamo insieme nel pomeriggio e alla sera. Il cielo è nuvolo, scendono radi fiocchi di neve, poi le nuvole si aprono lasciando spazi di sereno all’orizzonte: il profilo scuro della Cordillera Negra, al di là della  Valle del Rio Santa, si staglia contro il cielo arancione; filtrano, lunghi i raggi del sole morente, le nuvole piano piano si ingrigiscono, si oscurano le alte colline, si accendono le luci nel fondovalle, giù, giù, 4000 metri sotto di noi… Il giorno successivo si apre con una bella giornata di sole che splende sulle rocce montonate su cui Irma e Lidia scendono come camosci, mentre io, più paurosa, cammino cautamente. Poi il percorso sarà faticosissimo e lungo: scendiamo un canalino poi il sentiero si perde nella selva di alta montagna sotto i 3200 mt di quota,  si risale a 3900 e sulla strada sterrata ci attendono 10 km fino al campo base di Cebollapampa. Il paesaggio della laguna di Llanganuco è meraviglioso: un lago grande, come un grande occhio blu, tra pareti ripide di rocce lisce, illuminate dalla luce del sole che si smorza nel tardo pomeriggio.

Al mattino è tutto umido, le tende sono bianche di brina, l’acqua è gelata, le mani non si scaldano nei guanti. Uscire dal sacco a pelo è stato un faticoso  atto di volontà. Saliamo al Rifugio Perù (4765). Jaime ed Anselmo( che fa da  cuoco, ma anche lui è aspirante guida) collaborano per organizzare la seconda parte del nostro trekking. Infatti, da domani, ai portatori, i tre giovani Roland, Marcelo, Christian, potremo sostituire gli asini, in quanto il sentiero sarà meno aspro. Ci fermiamo una notte al rifugio e al mattino raggiungiamo il Colle del Pisco (5300 mt). Camminiamo sul ghiacciaio, legati in cordata, le seraccate vicino a noi: caverne di ghiaccio azzurro e verde, contorte, che nascondono l’anima fredda della montagna. Per i peruviani e i popoli delle Ande le montagne sono sacre, incutono terrore e riverenza, sono sante e onnipotenti, terribili e ammalianti; non ebbero mai l’aspirazione di scalarle. Tutte le culture pre-incaiche, e anche gli Incas, le venerarono compiendo sulle cime riti propiziatori e sacrifici umani. Per secoli queste persone si chiesero perché gli Europei partissero da lontano per salire sulle cime, quale fosse il loro scopo reale, se andassero a cercare l’oro anche lì, sui ghiacciai; non si sviluppò, se non in tempi recenti, l’idea dell’alpinismo sportivo, che propone le ascensioni come puro piacere spirituale e divertimento.  Anselmo racconta, Jaime interviene, Claudio scatta qualche fotografia, Irma è andata a riposare e Lidia scrive sul libro del rifugio; c’è il caldo della stufa e il brontolio della pentola con la “sopa” per la cena; ci raccontano le leggende legate ai nomi delle montagne, le storie delle ascensioni; a me viene da pensare alle nostre valli e ai racconti nelle stalle e mi sembra che nonostante le distanze e i diversi contesti ci siano legami e sintonie. In fondo gli esseri umani che hanno superato le difficoltà di ambienti simili hanno anche sviluppato culture molti simili.

Gli ultimi tre giorni ci vedono impegnati nel raggiungimento di Punta Union, un passo sulla cima a 4760 mt da cui si vedono in successione le più belle vette dei Nevados andini, il famoso Alpamayo, il Quitaraju, il Santa Cruz, l’Artesonraju, il Pucajirca. Nel Parco nazionale del Huascaran ci sono ben 300 montagne alte più di 5000 mt, 50 cime oltre i 5700,  33 superano i 6000 mt; esse dominano solitarie valli selvagge su uno sviluppo di 158 km di lunghezza e 20 km di larghezza.

A fine trekking scendiamo nella valle incassata tra le due Cordillere con un bus, ritorniamo nei paesi, alle voci della gente nei mercati, al caldo delle quote più basse, al traffico della strada asfaltata. Il mio viaggio continuerà ancora per un mese e mezzo, questa é stata solo una delle esperienze …Prima di tornare in Italia, nelle favelas di Lima ho incontrato i campesinos che si sono inurbati alla ricerca di un lavoro per combattere l’indigenza, ne ho visto il degrado, lo stato umiliante di povertà, le condizioni  indecenti. Ha ragione Jaime a dire di essere stato fortunato!

 Adesso sono qui e ripenso a quei volti, Jaime ed Anselmo, Giancarlo e Marina Sardini (volontari e responsabili della Scuola di Andinismo), Franco Michieli e i ragazzi che discutono su come sistemare meglio il sentiero e tanti altri ,turisti e alpinisti, guide e portatori, tutti attorno al tavolo nel grande salone a parlare di montagna e di futuro, di solidarietà e di valori.

Andate anche voi a Marcarà se potete: vi aspettano questi giovani entusiasti e i loro amici impegnati a costruire un mondo migliore.

 Racconto di Franca Formento

  

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