BOVES - DJENNE'
"TRA TERRA E MARE"
Cronaca di un viaggio e storia della meritata fortuna che ha
accompagnato cinque vecchie autovetture attraverso spiagge e deserti da
Boves ai villaggi Dogon.
AUTOVETTURE
FORD TRANSIT FURGONE 1982
FORD SIERRA SW 1990
RENAULT 21 1986
PEUGEOT 505 1980
FIAT PANDA 1981
CHILOMETRI PERCORSI : 8700
NUMERO PARTECIPANTI: 12 QUATTRO DONNE OTTO UOMINI
INCONVENIENTI MECCANICI
GOMME FORATE 9
GOMME DISTRUTTE 2
SERBATOI FORATI 2
ROTTURE VARIE
1 MANICOTTO RADIATORE (ricostruito con una camera d'aria)
2 TUBI DEI FRENI
2 SERBATOI FORATI (riparati con sapone e cenere)
1 TUBO BENZINA (riparato con una BIC)
1 SPECCHIETTO RETROVISORE (perso chissà dove)
2 PARAURTI (persi chissà come)
2 MARMITTE (1 persa, l'altra forata)
1 FANALE
3 PORTELLONI DEL COFANO BLOCCATI
1 SOSPENSIONE DANNEGGIATA
2 BIDONI DI ACQUA PER RADIATORE
10 KG DI OLIO MOTORE
Dopo tante sere passate a raccontarci cosa sarebbe potuto accadere
durante il viaggio che da Boves ci avrebbe portato in Mali, finalmente alle
ore 1.15 del 22 febbraio il gruppo di Totem e Tabù lasciava Piazza Borelli
per dar inizio ad una nuova avventura. Il progetto di Renzo di partire con
delle vecchie "bagnole" si era concretizzato e l'emozione della partenza ci
avrebbe accompagnato per tutta la notte.
In 36 ore attraversiamo Francia e Spagna per raggiungere le altre due
vetture partite un giorno prima. Alle 18 di sabato ecco affiancati i nostri
cavalli meccanici che ci accompagneranno per tanti chilometri in terra
d'Africa. Il Ford Transit diventato per l'occasione la "chioccia", il
Peugeot 505 "Le Lion" pronto a ruggire al deserto, la Renault 21 con paio di
sci sul tettino ed un paracadute nel baule, la Ford Sierra immacolata come
appena uscita dalla catena di montaggio e lei, la mitica Panda 30 pronta a
mordere l'asfalto marocchino per poi galleggiare sulla sabbia della
Mauritania e arrivare trionfante nella coloratissima Africa nera.
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NAMIBIA
Il vento freddo aveva spazzato via la nebbia a Walvis
Bay . Questa città si trova sul mare, in Namibia, nel sud ovest del
continente africano ; nel mese di luglio il clima è simile a quello della
nostra Primavera. Il sole tramontava sul mare all’orizzonte: una sfera rosso
fuoco si immergeva nelle onde gelide dell’Oceano Atlantico . Sul bordo del
muretto su cui ero seduta una mantide religiosa, immobile, sembrava
celebrare la sua preghiera al sole morente, mentre Livio posizionava la sua
macchina fotografica per rendere immortale quell’attimo fuggente.
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DA BOVES ALLA CONQUISTA DELL'AFRICA
Un mese di spedizione in fuoristrada per
sette amici
BOVES. Si sono imbarcati da Genova verso Tunisi. Di lì via alla
spedizione su due fuoristrada "Range Rover" equipaggiati con tettino
speciale e serbatoio rinforzato (con la collaborazione di "Salumeria
Cavallo" Beinette, "Crai", "Gomme Ghibaudo") per un'avventura che durerà un
mese, percorrendo oltre 5 mila chilometri.
L'idea è venuta a sette amici del Club di liberi viaggiatori "Totem e Tabù"
di Boves. Con due bolognesi, ci sono i bovesani Gino Gallo, Renzo Bisotto,
Armando Bruno, Renzo Dutto e una ragazza fossanese. Hanno predisposto un
programma dettagliato che nei primi giorni, dopo Tunisi, ha avuto passaggi a
Sidi Bou Said, Djerba, al colorato mercato libico di Houmt-Souk, a Zuara,
Dirj, Idri e, nel sud della Libia, a Sabha, dove hanno trovato materiale e
viveri indispensabili per l'attraversamento in piena autonomia di 1600
chilometri di deserto prima di raggiungere Agades, nel centro del Niger.
Poi l'oasi di Al Katrum, ultimo tratto d'asfalto prima di attraversare il
deserto del Tenerè, dove la comitiva si trova attualmente. Per una decina di
giorni i sette amici rimarranno completamente isolati dal resto del mondo,
con impossibilità assoluta di comunicare. Tra gli unici punti di contatto,
l'oasi di Bilma, celebre per le saline sfruttate dal XV secolo. Poi l'oasi
di Fachi, "paradiso" delle palme, un villaggio dove le vie sono così strette
da diventare in alcuni punti passaggi coperti dove a fatica transitano gli
asini con il loro carico.
La spedizione toccherà poi l'albero del Tenerè, una scultura di metallo
punto di riferimento per le carovane di trasporto del sale (l'azalai).
Ad Agades si troveranno tutti i colori della splendida cittadina
presaharianam con la moschea del sultano Yunus risalente al XV secolo. Al di
fuori di ogni circuito turistico, si entrerà a Filingue, a stretto contatto
con più etnie nomadi. Fine dell'avventura nel Benin e nella capitale Cotonu.
TRANSAFRICA ’92
La prima grande avventura di Totem e Tabù
Tutto iniziò una sera d’estate del 1990. Lorenzo, Roberto ed Enzo
decisero di compiere un’ avventurosa traversata del deserto: dalla Tunisia
alla Costa d’Avorio con un vetusto camion Fiat appartenuto all’esercito
italiano ed ora messo in pensione. Roberto, il nostro bravo meccanico, passò
giornate a ricondizionare il mezzo. Finalmente dopo alcune settimane il
camion era tornato in condizione ottimale per affrontare l’avventura.
Purtroppo gli eventi tragici della Guerra del Golfo annullarono la partenza;
rimandammo l’appuntamento di un anno.
Fu così che sabato 31 gennaio ci ritrovammo a Genova al molo d’imbarco dell’Habib
attorniati da una marea di maghrebini che facevano ritorno ai loro paesi.
Finalmente il sogno si stava avverando, anche se tra noi aleggiava un senso
d’inquietudine per i fatti accaduti alcuni giorni prima in Algeria. Dopo 24
ore finalmente l’Africa. Tunisi. Sono le 20, e dopo due ore passate
pazientemente ad espletare le formalità doganali, decidiamo di lasciare la
caotica Tunisi per cercare un posto dove passare la prima notte in terra
africana.
Ripartiamo all’alba da Hammamet in una gelida mattina, direzione Sud.
L’equipaggiamento è da gran freddo: passamontagna, giacche a vento, guanti.
Velocemente attraversiamo le turistiche città di Kairouan, Gafsa, Tozeur.
Giungiamo in serata a Nefta, poco lontano dalla frontiera tunisina e
decidiamo di accamparci circondati dalla depressione del Chott el Jerid.
Montate le tende, al riparo del vento gelido, ci sediamo attorno al falò per
cenare e riscaldarci un po’ pensando ad alta voce alle sorprese che ci
avrebbe riservato l'Algeria.
L’indomani all’alba partiamo per una giornata che sappiamo sarà interamente
dedicata a compilare “fiche” d’entrata e d’uscita e distribuire cadeaux al
personale dei due posti di frontiera. Rassicurati da un integerrimo
ufficiale algerino sulle condizioni politiche attuali del Paese, nel primo
pomeriggio finalmente incontriamo le grandi dune di El Oued .
Entusiasmo alle stelle per tutto il gruppo. Siamo in Algeria e finalmente
possiamo vedere e toccare la rossa sabbia del Sahara. Ormai il sole sta
tramontando quando incontriamo un beduino con la sua famiglia che ci ospita
nella sua umile casa. Al mattino facciamo rifornimento a Touggurt.
Attraversiamo alcuni villaggi ed incontriamo molti bambini ai bordi della
strada che con una continua e poco rassicurante sassaiuola saluta il nostro
passaggio. Notiamo sui muri delle case immense scritte inneggianti il F.I.S.
(Fronte Islamico di Salvezza). Proseguendo incontriamo Hassi-Messaoud dove
gli alti pozzi petroliferi sprigionano fiammate alte decine di metri
avvolgendo l’orizzonte con dense nubi nere.
Partendo da Bordj Omar Driss direzione Anguid percorriamo un plateau
immenso, dove l’orizzonte sembra non finire mai. Incontriamo sulla pista per
In Eker i primi tuareg ormai sedentarizzati che vivono nel Parco Nazionale
dell’Agghar. Dopo 800 km di pista raggiungiamo Tamarasset, mitico crocevia
di carovanieri e avventurieri di ogni parte del mondo. Dopo due giorni
passati a visitare Tamarasset ed a compiere la salita sull’ Assekrem dove,
dall’eremo di Padre Focault, contempliamo uno splendido panorama dei monti
dell’Hoggar, ci dirigiamo verso In Guezzam per poi entrare da Assamaka in
Niger.
Purtroppo dopo 400 km di pista sabbiosa, con non poche difficoltà, veniamo a
conoscenza della chiusura della frontiera nigerina a tutti gli stranieri a
causa dei sempre più numerosi attacchi da parte di alcune bande di ribelli
tuareg ai malcapitati turisti che attraversano la frontiera per raggiungere
Agadez.
Sconfortati, ma non arresi, ripercorriamo la pista e ritorniamo a Tamarasset.
Ci rechiamo al Consolato del Mali ed otteniamo senza alcun problema il visto
d’ingresso. Dopo due giorni di pista raggiungiamo Timiaouin, posto di
frontiera algerina, dove sbrighiamo le solite formalità doganali e
ripartiamo per Tessalit.
Tessalit: alcuni di noi ricordano il villaggio florido e ridente, dove,
terminata l’austerità islamica algerina, si possono trovare birra e
coca-cola originale e dove le bellissime donne maliane sono a volto
scoperto. Purtroppo ci ritroviamo in un villaggio fantasma dove sino a
qualche giorno prima del nostro arrivo proiettili di mitragliatrice volavano
ad altezza d’uomo. Incontriamo solo vecchi e bambini; la caserma della
polizia non esiste più, tutto si chiude in una macabra visione degli
innumerevoli bossoli usati dai bambini come giocattoli. Intanto veniamo a
conoscenza che è appena iniziata una tregua di un mese firmata tra i tuareg
ed il governo maliano. Trascorriamo la notte a Tessalit e l’indomani
all’alba ci dirigiamo verso Gao, 600 km. Lungo la pista però veniamo
inseguiti e raggiunti da due auto. Puntandoci contro due Kalasnikov., gli
occupanti delle auto ci conducono fuori pista e per intimorirci vengono
esplosi alcuni colpi in aria . Veniamo perquisiti minuziosamente e derubati
di denaro, apparecchi fotografici, qualche zaino e sacco a pelo. Confusi e
quasi increduli riprendiamo la pista per Gao. Raggiungiamo Anguelok, sede di
un distaccamento militare; la nostra sorpresa è grande quando arrivati al
villaggio incontriamo una quarantina di europei, ai quali è toccata la
nostra stessa sorte.
Rimaniamo in questo villaggio per tre giorni ospiti di un tuareg, poi il
quarto giorno partiamo e raggiungiamo Gao.
Gao una volta soprannominata la “felice”, si presenta ai nostri occhi con
quadro straordinario di colori e profumi, con i suoi mercati vivaci, il
fiume Niger sulle cui rive si svolge la vita dei maliani, con la sua gente
straordinaria, allegra e disponibile.
Purtroppo il tempo ci consente una sosta di soli due giorni ma,
allontanandoci già proponiamo di ritornarci.
Il nostro viaggio prosegue passando per Mopti, San, Sikasso, attraversando
villaggi Songhay, Dogon, Peul. Arriviamo alla frontiera della Costa d’Avorio
e qui il paesaggio cambia improvvisamente: non più dune di sabbia ma
foresta, non più pista ma grandi nastri d’asfalto. Proseguiamo per Katiola,
Yamossoukro con la sconvolgente quanto squallida copia della Basilica di
S.Pietro, fino ad Abdjan dove dopo 7500 km, di cui 3000 di pista, termina il
nostro viaggio.
Lasciamo il camion da amici italiani e ripartiamo per l’Italia, pronti però
a ritornare il prossimo anno per continuare l'’affascinante avventura
africana.
IL CAIRO
Millenaria terra dei faraoni
Inizia qui il nostro viaggio alla scoperta de IL CAIRO e la millenaria
terra dei faraoni, inizia seduto sul sedile di uno dei tanti aerei Egyptair
che giornalmente collegano il nostro Paese a questa splendida parte del
mondo.
Inizia qui, con il viso appiccicato al finestrino dell’aereo, sedotti dai
misteri della storia, catturati dalle bellezze di una natura dolce e
selvaggia.
Egitto “madre del mondo” un Paese di intriganti misteri e languide
seduzioni. Dopo tre ore 45 minuti di volo da Milano, atterriamo
all’aeroporto de Il Cairo, a circa 20 km dal centro città. Due terminal poco
distanti l’uno dall’altro, fuori lunghe file di taxi e minibus attendono
l’arrivo dei voli. Lungo la tangenziale che collega l’aeroporto con il
centro del Cairo scorrono velocemente davanti ai nostri occhi sfarzose
ville, sedi di Ministeri e Ambasciate, la residenza Presidenziale ma anche
misere abitazioni. Il Cairo con i suoi 17 milioni circa di abitanti, la più
grande metropoli d’Africa.
Questa grande metropoli, mi avvolge con il suo sapore di città che fra mille
rumori e frastuoni riesce ad amalgamare le più svariate personalità, razze,
costumi e usanze. Al Cairo non è assolutamente difficile, al primo accenno,
essere avvicinati, intrattenuti, aiutati. Il problema, infatti, non consiste
tanto nel trovare le persone disponibili ad accompagnare, ma piuttosto nel
riuscire a liberarsi della loro compagnia. Benché io abbia notato che a
differenza di altri Paesi, quali il Magreb ad esempio, la gente qui è molto
più discreta.
Il mio soggiorno a Il Cairo inizia naturalmente con la visita alle Piramidi.
Attraversiamo la città immergendoci in un traffico poco disciplinato, fatto
di clacson, acceleratore, segnaletica quasi sempre in arabo, insomma alla
maniera egiziana, e ci dirigiamo verso Giza.........(continua)
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ORIZZONTI DI SABBIA
Testo di Fiorenzo Revelli
Associazione “ Totem e Tabù,
club di liberi viaggiatori
Boves -Cuneo-
Deserti infiniti, dune di sabbia vellutate e morbide, incisioni rupestri,
immensi siti archeologi romani, cortesia e disponibilità della gente: questa
è la Libia.
Conoscere un paese prima di andarci attraverso letture di libri o riviste
di viaggi stimola certamente l’entusiasmo e la fantasia, ma la cosa che
conta è l’esperienza diretta. Le emozioni che ogni giorno incontri nella
realtà ti entrano dentro e neanche il tempo, che fa sbiadire i ricordi,
riuscirà a cancellarli.
Quando penso al viaggio effettuato in Libia con mia moglie e l’inseparabile
camper, nella mia mente affiorano una quantità di immagini e ricordi che mi
fanno rivivere ogni momento.
Espletate le pratiche doganali eccomi a percorrere le strade libiche
perfettamente asfaltate, a leggere le segnalazioni stradali solo in arabo,
mentre il vento del deserto, sollevando nuvole di sabbia, ci dà il
benvenuto.
Man mano che ci addentriamo nel cuore del deserto la tempesta di sabbia
aumenta di intensità, regalandoci uno spettacolo affascinante.
Il paesaggio appare offuscato da un sottile velo di un colore indefinito,
neutro; le poche case, mimetizzate dalla polvere, quasi non si vedono e la
strada è attraversata da ondate sottili di sabbia che corrono da un lato
all’altro dell’asfalto. Alcuni pastori, che attraversano la piana al seguito
dei loro cammelli, sono sferzati dal vento e le loro tuniche bianche e
larghe si gonfiano come vele marine.
L’entusiasmante spettacolo dura l’intera giornata; meno entusiasmante è
stato poi togliere lo spesso velo di sabbia che si era depositato in ogni
angolo del camper.
Gadhames è un altro indelebile ricordo. Nella parte vecchia di questo antico
centro carovaniero non abita più nessuno, ma il suo groviglio di suggestive
stradine (alcune sotterranee), le sue mura di mattoni di fango imbiancati
a calce, le sue piazzette ombrose e solitarie, la sua moschea color della
neve, ne fanno un luogo suggestivo, una città museo giustamente chiamata: “
Perla del deserto”...................(continua)
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RACCONTO DI UN VIAGGIO AFRICANO
Il 17 gennaio partiamo in 12 soci del Club, per un
viaggio di tre settimane attraverso tre Paesi dell’Africa Occidentale: Costa
d’Avorio, Mali, Bourkina Faso.
Sbarchiamo all’aeroporto di Abidjan accolti da un
caldo soffocante. Ad attenderci c’è il camion che l’anno precedente con un
viaggio avventuroso aveva raggiunto questa città partendo da Tunisi
attraverso il deserto del Sahara.
La foresta tropicale ci accompagna per qualche giorno.
Visitiamo l’esatta copia della Basilica di S.Pietro, fatta costruire dal
presidente della repubblica e donata al Vaticano.
Risalendo verso nord entriamo nel più grande Parco
dell’Africa Occidentale: il Parco della Comoè, 11.500 kmq di superficie, con
una ricca fauna di antilopi, bufali, ippopotami, scimmie e uccelli vari.
Lasciamo la Costa d’Avorio per entrare in Mali. Lungo
la strada incontriamo villaggi formati da capanne di fango e paglia dove la
vita scorre con ritmi antichi rallegrata da centinaia di bambini e donne
intente ai lavori domestici.
La sera veniamo amichevolmente ospitati nei villaggi.
Di solito montiamo il campo vicino al pozzo: le nostre tende e le nostre
cucine a gas, il tavolo e le sedie che man mano vengono scaricate dal camion
destano la curiosità degli abitanti del villaggio e durante le serate c’è un
intenso scambio di conoscenze e di piccoli regali.
Esperienze indimenticabili che ci accompagneranno
anche dopo il nostro ritorno a casa.
Attraverso un paesaggio che si fa via via più arido,
punteggiato da enormi baobab, raggiungiamo Djenné. Antica città santa
dell’Islam, con la sua famosa moschea del XIV secolo, il più grande
monumento in argilla del mondo. Sulla piazza presso la moschea ogni lunedì
si tiene il grande mercato cui partecipa la popolazione di tutta la regione
circostante. Invadono le piazze a piedi o su carri con una moltitudine di
mercanzie e in un miscuglio di razze, colori, aromi e suoni indescrivibili
che ci lasciano attoniti.
La nostra prossima tappa è la Falaise di Bandiagara
dove vivono i Popoli Dogon nei loro caratteristici villaggi con i granai
circolari e il tetto conico di paglia.
Arroccati sulla falaise sono perfettamente mimetizzati
nel paesaggio. Al di sopra dei villaggi, in punti quasi inaccessibili, ci
sono le grotte sepolcrali nelle quali i morti vengono issati per mezzo di
una corda.
I Dogon rimasti isolati fino a 30 anni fa, hanno
conservata intatta la loro originale cultura e religione per noi spesso di
difficile decifrazione, che prende forma nelle maschere, nelle danze, nelle
riunioni, nel “Toguna”, il tempio della parola dove gli anziani si
riuniscono per prendere le decisioni che interessano la vita della comunità.
Ancora immersi in questo alone di magia e mistero che
si respira nei villaggi Dogon raggiungiamo Mopti, sul fiume Niger.
Animatissimo porto fluviale affollato da gente di
etnie diverse: dai Tuareg del deserto, ai pastori nomadi Peul, ai pescatori
Bozo.
Sul fiume un’incessante via vai di piroghe e “pinasse”
cariche di ogni genere e mercanzie.
Lasciamo il Mali con un po’ di rimpianto consapevoli
della magnifica esperienza vissuta e condivisa insieme ai compagni di
viaggio.
E poi il Burkina Faso ci accoglie con il suo splendido
paesaggio tropicale ricco di acque e di vegetazione.
In un piccolo ma delizioso lago facciamo conoscenza
con una famiglia di ippopotami, ma a debita distanza data la instabilità
delle rudimentali imbarcazioni a nostra disposizione.
Ritornando verso la Costa d’Avorio incontriamo
villaggi delle tribù Lobi. Le donne Lobi portano dei piattelli labiali: sono
pezzi di legno inseriti in ciascun labbro.
E’ un usanza che risale ai tempi delle tratte degli
schiavi; in questo modo le donne potevano sperare di sfuggire alle razzie
dei negrieri.
Infine una veloce traversata verso sud ci riporta ad
Abidjan e quindi in Italia, con la voglia di ritornare in questa terra al
più presto.
SABBIE DI NEFTA
Per un attimo il vento cessa. Poi riprende a sibilarmi sulle orecchie, a
passarmi in mezzo ai capelli, a levigarmi le tempie. Vengo da
Nefta, trecento chilometri più a nord, un semplice grumo di case imbiancate
dalla calce che cuoce sotto il sole del deserto, vengo da
non so dove perché le dune hanno inghiottito le tracce dei pneumatici, né so
dove mi trovi esattamente.
Mi sono fatto lasciare qui da Faruq, un cinquantenne tunisino col viso
scavato dalle rughe e dalla miseria, che fa il barista in una
caffetteria unta dove gli scarafaggi sono tanti quanti gli avventori. Volevo
vedere il deserto, quello vero, l’Erg orientale o come cavolo
si chiama (come si può limitare con un nome ciò che per natura è
sconfinato?): alla mia destra l’Algeria, alla mia sinistra la Libia, dietro
il Mediterraneo e gli ulivi, casa mia, i miei amici, davanti a me solo
sabbia. Ci resterò quattro giorni, da solo, con una scorta d’acqua
che pesa una tonnellata e riempie tutta la mia tenda, due quaderni portati
dall’Italia, il mio libro del momento, e un cuore leggero come
un granello.
A Tunisi mi divertivo a zigzagare tra gli sputi sul marciapiede, uno slalom
indecente che mi portava lontano con la fantasia, e lontano
c’ero davvero, se non coi chilometri, almeno con la mente, perché di sicuro
era la prima volta che vedevo i bambini che facevano i
lustrascarpe agli angoli delle strade, e tutti quei mendicanti che con
violenza mi chiedevano soldi, mendicanti veri e finti, come mi
aveva avvertito Sabrine, una ragazza conosciuta sul posto, che per giorni mi
fece da amorevole guida tra i meandri dei suk e le rovine
di Cartagine.
Non mi piaceva Tunisi né mi sono mai piaciute le grandi città. Ma se mi
fermavo alla Goulette, mentre dai minareti risuonava l’invito
alla preghiera del Maghrib, quando il volo dei gabbiani si faceva più basso
e temerario, allora sentivo una fitta straziarmi lo stomaco,
una spina che mi pungeva il cuore, e sognavo il deserto e le donne vestite
di nero, e i dromedari e gli orizzonti di sale, e intanto
scendeva la sera tra la Gammarth e Capo Bon, tra i mercati della medina e i
miei occhi che fissavano il mare, e la luna tremava sottile
ed evanescente in un tramonto di coleotteri verdi.
Mi sveglio di colpo. Ho ancora negli occhi la visione del sogno: un
mendicante che raccoglie dal marciapiede le briciole di pane
lasciate cadere dai passanti, e le porta alla bocca per mangiarle. Dal
marciapiede allo stomaco. Poi si volta verso di me e mi
ammonisce puntandomi il dito, in breve una folla di turbanti a caffettani
scuri mi si stringe attorno, mi urla qualcosa, occhi iniettati di
odio e denti digrignati si serrano sulla mia faccia, e sento il mio nome
pronunciato ad alta voce, come un insulto o una condanna a
morte. D’improvviso la notte inghiotte tutto.
L’avevo visto davvero quel poveraccio, chinato per terra sui marciapiedi
dell’Avevue Habib Bourghiba, mettere insieme, dalla
strada, briciole di pane e merda di piccioni, e mangiare il tutto, usando
l’asfalto come fosse un’enorme tavola imbandita. Una scena
patetica che per me è il simbolo del Nord Africa e di tutti i disperati del
mondo. Una visione che mi accompagnò con insistenza
durante le mie passeggiate tra i ruderi di Cartagine e le interminabili
soste sul lungomare della Marsa, seduto su una panchina assieme
a Sabrine, che mi raccontava del suo ex ragazzo turco imbarcato su una nave
militare, il est mon amour, Vincent, il est mon
amour…
Né me la tolsi dalla testa quando, a tarda sera, dopo aver cenato a casa
della mia amica con uno spezzatino di carne piccantissima,
una bomba di spezie e colesterolo che ti esplodeva in gola, in compagnia
della madre, della sorella, del fratellino (il padre no, il padre
era andato via di casa due anni prima, una storia di alcol su cui Sabrine
non si dilunga) e di dieci galline che dal cortile entravano in
casa a chiocciare, mi distesi tra le lenzuola sporche della mia pensione di
Tunisi, lasciandomi incantare dalla luce che il lume rifletteva
sulle crepe del soffitto, e cullare da una ninnananna che saliva dalla
strada fino alla mia finestra aperta.
Adesso sono ancora solo, con le gambe incrociate davanti alla cesura della
mia tenda, a osservare la scia degli scarafaggi che si
arrampicano sulle dune. Il vento è forte ma non mi dà fastidio. Penso che
questo possa essere il suono del mondo, la musica del
corno primordiale che suonò all’alba dei tempi, come racconta un’antica
leggenda ebraica. Ma sto lasciando andare la fantasia, e non
voglio. Non ancora. Voglio restare a osservare il sole che scende dietro
l’orizzonte, in attesa del mio primo sonno in totale solitudine,
la mia prima notte di nozze con il Nord Africa. Una sposa difficile, a
quanto sembra, splendida e capricciosa, nobile e stracciona,
spesso pericolosa come avevo già sperimentato nella penombra dei vicoli
della medina, quando provai il brivido freddo di una lama
puntata sul petto, e due occhi nemici, così gonfi di alcol, che non me li
scordo, che mi costrinsero a tornare nella mia stanza,
alleggerito dei pochi dinari che avevo in tasca. Eppure era la donna dei
sogni: capace di farti tremare con una semplice carezza, di farti
innamorare con uno schiocco delle dita.
Adesso sono ancora solo, con le gambe incrociate davanti alla cesura della
mia tenda, come un attore che sbircia la platea prima dello
spettacolo, ed è lo spettacolo più grande del mondo, senza personaggi né
comparse, senza copione né luci della ribalta, solo un
enorme palcoscenico vuoto, immenso, a perdita d’occhio. Presto scenderanno
le ombre della sera su questo circo della fantasia, le
stelle si raccoglieranno sopra i miei occhi, come se si fossero date
appuntamento tutte insieme, dai quattro angoli dell’emisfero
boreale, per brillare sopra questo fazzoletto di sabbia, mentre al di là del
cielo – così voglio illudermi – transiteranno le ultime
carovane dei nomadi.
E decido che è ora di lasciare andare le redini della mente e dello spirito,
di liberare finalmente la fantasia e, ad occhi chiusi, dietro il
buio insondabile delle ciglia, si compone l’immagine del volto di Sabrine,
eterea e bellissima, guardarmi coi suoi occhi saraceni, neri
come la pece, e schioccarmi un bacio sulle labbra, mentre mi perdo in un
punto qualunque fra le mie mani e l’orizzonte scuro, fra le
dune ricoperte di ombre e la luce bianca della Stella polare.
La luna tramonta veloce ad occidente, lasciando sulle fronde delle palme da
dattero un’impalpabile alone d’argento così vivo e reale
che sembra quasi si possa toccare. I berberi hanno abbandonato i loro
dromedari per vendere al mercato collane d’argento e monili
lavorati. Tutt’intorno il deserto somiglia a un oceano di segatura, un mare
ocra che si perde al di là dell’immaginazione, oltre i sentieri
indecisi tracciati fra le dune che il vento muta continuamente e di continuo
ricompone, come un ingegnere infaticabile. Adesso, seduto
su un sasso gigantesco di arenaria, a due passi dal palmeto e dal bivacco
berbero (accanto a me le donne preparano il tè per il
matrimonio, i bambini giocano ad afferrarsi per le magliette lerce e bucate,
e carogne di capre in putrefazione digrignano il muso
contro la notte), adesso mi sembra che sia stato uno scherzo giungere fin
qui, tra la polvere del maghreb, lungo la strada che
attraversa tutta la Tunisia, fino alla Via dei Miraggi, una striscia
d’asfalto che taglia in due il lago salato dello Chott el Djerid, in un
paesaggio marziano e desolato, reso ancora più ostile dalla febbricitante
visione dei miraggi.
Ma non è stato facile davvero, a bordo di autobus a Louages, in compagnia di
gente vestita di stracci, che mi offriva acqua e pane su
cui prima avevano banchettato le mosche, e la fatica me la sento ancora
addosso, la sento stringermi le ossa. E so già che soltanto la
luce chiara della luna, questa notte, filtrando dalle canne della mia
capanna di bambù, al campeggio di Tozeur, riuscirà a ristorarmi.
Sarà una carezza leggera la sua, la carezza del Nord Africa, di questa donna
enorme che mi fa perdere la testa.
Tozeur non fa una bella impressione quando si arriva. Le sue meraviglie
architettoniche sono nascoste dai passaggi della medina. Dai
finestrini dell’autobus appare un paese abbastanza squallido, con le case
bianche che vanno in rovina, e una torma di uomini a piedi
scalzi che ti guardano indifferenti, o che dormono sui marciapiedi. Solo i
bambini animano le vie. Ti vengono incontro curiosi e ti
salutano. Anche loro sono scalzi.
Sull’autobus, durante il tragitto di nove ore da Tunisi fino alla fine del
mondo, un bambino si è addormentato sulla mia spalla. Anch’io,
stremato, alla fine ho chinato la testa sui suoi ricci sporchi che emanavano
fetore di gatto.
Mohamed ha diciassette anni, il volto scuro di un contadino siciliano, vive
a Tozeur da sempre, e sogna di fuggire via. Per un attimo mi
fermo a riflettere sul fatto che un luogo che per noi è carico di esotismo e
avventura, per chi ci vive è solo un inferno da cui scappare
al più presto. Pensieri banali, sicuramente. Ma non so pensare altro.
Anche Selim vuole andare via. A Tunisi, o magari in Italia. Meglio ancora in
Francia. Selim ha i capelli rossi. Tutto mi sarei aspettato
tranne che conoscere un tunisino coi capelli rossi.
Siamo seduti davanti all’ingresso del campeggio, a cerchio, illuminati da
una luce a neon, come una cricca di pitagorici o vecchi
compagni di scuola. Invece ci conosciamo da un quarto d’ora e già ognuno
racconta all’altro le proprie speranze. Ognuno di questi
ragazzi ha un sogno. Mi vengono in mente le parole di un mio amico di
Milano: “Sono i sogni a tenerci a svegli”, e le trovo sacrosante.
Fin quando si ha un sogno da realizzare le nostre forze si tendono verso
quell’obiettivo. Adesso parla ancora Mohamed, parla
un francese che sa di arabo, veloce e sicuramente meno barcollante del mio,
una cascata di parole che non finisce mai, ed io lo
ascolto a fatica mentre, osservando il neon sull’entrata del campeggio,
seguo con gli occhi il volo singhiozzante di una falena ubriaca di
luce.
Sulla spiaggia di Selinunte fisso il mare: guardo le onde fare le capriole
davanti al tramonto. Ho ancora in mano una rosa del deserto
comprata in Tunisia. So che se ripartissi per rivedere quei posti, forse la
magia che li accompagna tuttora nei miei ricordi svanirebbe
per sempre. Preferisco restare a guardare il mare e pensare che in Tunisia
ho lasciato un pezzo della mia vita, una porzione di me
stesso. E mi vengono in mente le ultime volontà di Livingstone, che decretò
che al momento della sua morte gli venisse strappato il
cuore per seppellirlo in Africa. Il suo corpo in Inghilterra, va bene. Ma il
suo cuore doveva restare in Africa. È così per ogni viaggio.
Anche quando sei tornato a casa, una parte di te, delle tue emozioni, della
tua fantasia, della tua immaginazione lascia il tuo corpo e
torna per sempre nei luoghi che hai visto.
Intanto dalla mia rosa del deserto si stacca un frammento di quarzo.
VINCENZO CALO'
Palermo
LA SABBIA E' IN ME
Autore: Roberto Salvai
PARTE PRIMA: LE EMOZIONI.
L’INCONTRO….
Ho incontrato il Sahara per la prima volta
quand’ero molto piccolo. C’era un librone nella mia casa,un volume
fotografico sul Nord Africa…Ricordo che divoravo quelle immagini con
voracità…Giocavo con la fantasia,e nei miei sogni di bambino mi immaginavo
in groppa a destrieri, guerriero tra i guerrieri velati,legionario o
esploratore…
Il fascino che le immagini di quelle colline di
sabbia,sinuose,perfette,esercitavano in me era immenso.
E nutriva la mia fantasia,chiaramente con i luoghi
comuni che la celluloide poteva allora trasmettermi.
Fu all’epoca della Scuola Media che le mie pulsioni
infantili cominciarono a prendere una direzione precisa,ancora una volta
grazie ad un libro,”Il Cimitero dei Dinosauri” di Boccazzi e Boccardi.Quel
resoconto sulla spedizione Italiana a Gaoudoufoà in Niger, alla ricerca del
più ricco giacimento di fossili al mondo,mi catturò. E da guerriero Tuareg o
Legionario incominciai ad immaginarmi invece alla guida di un Land Rover
sulle piste Africane,alla ricerca di verità perdute…Il richiamo era
potente,per quanto possa essere determinato un ragazzino di 14 anni.
Poi mi allontanai dalla sabbia.La mia famiglia non era
certamente agiata: i miei genitori non avevano mai superato i confini
geografici dell’Italia né erano nella possibilità di farlo,anzi, ad essere
sinceri neppure ci pensavano:negli anni 70 viaggiare era ancora privilegio
di pochi.
La mia creatività mi avvicinò alla musica che prese
allora ogni mia energia,fantasia,sogno…Eppure ogni tanto ancora sfogliavo il
librone di fotografie,che ancora oggi sta nella mia libreria…E immaginavo il
silenzio,il vento,la pista tra Bilma ed Agadez, l’Hoggar…
Crescendo l’attrazione per la terra battuta mi portò
in sella ad una moto,a cercare in giro per l’Italia le strade sterrate…E la
Dakar ogni anno riaccendeva i miei sogni di bimbo.
Eppure ancora pensavo fosse impossibile per me
realizzare un sogno così grande.
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